In seguito alla rivoluzione islamica in Iran, Shahid Motahhari si rese conto della pericolosità delle idee di un gruppo chiamato “Furqan”, riguardo a cui scrisse anche un libro. Per questo motivo egli fu più volte minacciato di morte da alcuni membri di questo gruppo. Quando gli amici gli fecero presente il rischio che stava correndo, egli rispose: “Sapete cosa vi dico? Se l’uomo deve morire, tanto meglio che muoia difendendo l’Islam e io non ho alcun dubbio riguardo a ciò”.
Fu così che la notte del 2 maggio del 1979 venne ucciso a colpi di pistola da parte di un membro del gruppo “Furqan” e raggiunse così il martirio.


L’allamah Tabatabai disse riguardo a Shahid Motahhari (dopo il suo martirio): “Egli era molto intelligente e le sue parole non erano mai sprecate. Qualsiasi cosa dicessi, la capiva subito e gli rimaneva impressa. Infatti oltre ad essere timoroso e possedere varie qualità umane e etiche, era molto intelligente. Quando si presentava alle mie lezioni, non stavo più nella pelle dall’emozione poiché sapevo che quello che dicevo gli rimaneva impresso”.
Quando l’aeroplano che portava l’imam Khomeini da Parigi a Teheran arrivò, l’Imam prima di scendere chiese di incontrare Shahid Motahhari e solo quando egli gli spiegò la situazione del Paese e i programmi che c’erano, scese. Ciò dimostra la piena fiducia che l’Imam aveva nei confronti dello Shahid.
Inoltre quando era in Francia e gli venivano comunicate notizie dall’Iran, le prendeva in considerazione solo se erano confermate da Shahid Motahhari.
L’ayatullah Khamenei racconta riguardo a Shahid Motahhari: “La sua camera era ordinata in modo tale da attirare la sua attenzione in un particolare modo: vi era la scritta ‘Allah’ che si illuminava di notte. Ciò dimostrava che egli, la notte quando si dedicava alla preghiera e agli zikr e la sua mente era concentrata su Dio, voleva che la sua attenzione fosse rivolta solo verso l’Altissimo affinché potesse ricordarLo il più possibile.
Egli era una persona completa, sia politico che ideologo e secondo me, il miglior ideologo, era anche ‘arif e persona dedita alla dua, zikr e pianto per Dio”.

Shahid Motahhari e Allamah Tabatabai

La moglie di Shahid Motahhari racconta alcuni aspetti della vita del marito: “Morteza Motahhari fin da bambino era abituato ad avere sempre il wudhu. Sua madre racconta: ‘Io avevo cinque figli, tutti facevano il wudhu solo al momento della preghiera, mentre Morteza era sempre col wudhu. Quando gli chiesi perché, mi rispose che voleva che il suo cuore fosse luminoso’.
Egli era abituato a dormire poco, quattro ore di notte, mezz’ora a mezzogiorno e mezz’ora dopo le sei di mattina.
Quando insegnava all’università, si presentava sempre in classe un quarto d’ora prima dell’orario d’inizio della lezione e usciva un quarto d’ora dopo, diceva: ‘Se un professore si presenta in classe in ritardo o rimane meno del dovuto, ha lavorato meno e quindi il suo guadagno non è halal’.
Era strano come lavorasse tanto! Non sprecava nemmeno un minuto.
Se avevamo cento ospiti in casa e veniva recitata l’azan, egli andava a recitare la preghiera”.
Mohammad Taqi, fratello dello Shahid racconta: “Morteza aveva cinque anni e dimostrava molto interesse per la lettura dei libri, trascorreva molto tempo nella biblioteca di nostro padre. Mio padre aveva messo tutti i libri in ordine con particolare attenzione e si arrabbiava se li mettevamo in disordine. D’altra parte Morteza era ancora piccolo e spesso non riusciva a rimettere i libri al loro posto. Mia madre suggerì di mandare Morteza a scuola, e nonostante fosse ancora piccolo, mio padre accettò.

Una notte mia madre si alzò e vide che Morteza non era nel suo letto, pensò che fosse andato in bagno, ma non c’era. Svegliò tutti, lo cercammo ma non lo trovammo. La mattina un contadino lo accompagnò a casa e raccontò di averlo trovato davanti a scuola con i libri in mano, addormentato. Quando gli chiedemmo perché era andato a scuola così presto, rispose che si era svegliato e, credendo che fosse già giorno, pensò che fosse ora di andare a scuola”.
La madre di Shahid Motahhari si chiamava Sakine, ella racconta il suo sogno quando era in attesa della nascita di questo bambino benedetto: “Tutte le donne si erano riunite nella moschea del posto, anch’io ero presente. Improvvisamente entrò una nobile donna accompagnata da altre due signore, a cui la prima ordinava di spruzzare acqua di rose sulle presenti. Quando fu il mio turno, la nobile donna ordinò di spruzzare l’acqua di rose tre volte. Io ero sorpresa e non ne sapevo il motivo, così glielo chiesi. Essa rispose: ‘Per il bambino che ha in grembo, egli farà grandi servizi per l’Islam!’”.