La moglie racconta: “Dopo il suo martirio lasciai la nostra casa perché era di proprietà dello Stato e non possedevo niente tranne i miei vestiti; non avevo nemmeno dei contanti. Non sapevo dove andare, per un po’ di tempo andai a stare da mia suocera, poi, ogni notte a casa di un parente, la maggior parte delle notti al Beheshte Zahra (il cimitero di Teheran), presso la tomba di Mostafa. Ho passato notti difficili. In Libano, la nostra casa era stata bombardata e la mia famiglia si era trasferita all’estero.068

Quando eravamo tornati dal Libano (con Mostafa), avevamo lasciato tutto ciò che possedevamo alla scuola in cui lavoravamo. In Iran non avevamo niente, poi all’improvviso Mostafa se n’è andato e sono rimasta sola, senza sapere dove andare.

Dopo sei mesi, l’imam Khomeini venne informato della mia situazione. Quando andai da lui, mi disse: “Mostafa non ha lavorato solo per lo Stato. Tutto ciò che ha fatto, l’ha compiuto seguendo direttamente i miei ordini. Io sono responsabile di te”.

La moglie racconta (dopo che si erano trasferiti in Iran, durante la guerra con l’Iraq): “Un giorno Mostafa mi disse: ‘Domani diventerò martire’. Io pensavo stesse scherzando e gli dissi: ‘Come se fossi tu a poter decidere!’. Ribatté: ‘Io ho chiesto a Dio il martirio e so che Lui esaudirà la mia richiesta. Però voglio che tu acconsenta, voglio andarmene con il tuo consenso’. Alla fine acconsentii, anche se non so come.
La mattina quando stava per uscire gli preparai gli abiti e il fucile come sempre. Quando se ne andò mi resi conto che lui non scherzava mai e che quel giorno non sarebbe tornato, non sarebbe tornato mai più…
Verso mezzogiorno mi chiamarono al telfono dicendo che Mostafa era ferito e dopo vennero ad accompagnarmi all’ospedale. Io conoscevo l’ospedale, ci lavoravo. Come entrammo, mi diressi subito verso la camera mortuaria, sapevo che era diventato martire. Quando vidi il suo corpo dissi: ‘Allahumma taqabbal minna hazalqurban’ (O Dio, accetta da noi questo sacrificio, frase che disse la nobile Zeynab dopo il martirio dell’imam Husayn)”.
Alla moglie dello Shahid, Ghadah, piaceva recitare la preghiera comunitaria col marito, invece Shahid Chamran preferiva pregare da solo e le diceva: “La tua preghiera si rovina!”. Vedeva che dopo ogni preghiera Shahid Chamran faceva dei sajdah molti lunghi, strofinava il suo viso sulla turbah e piangeva. Com’erano lunghe le sue prosternazioni!
Durante la notte, quando si svegliava per la preghiera meritoria della notte, Ghadah gli diceva: “Basta! Riposati, sei stanco!”.

Invece lui rispondeva: “Se un commerciante spende dal suo capitale, prima o poi il suo denaro finisce e va in bancarotta, deve investire il suo capitale per poter vivere. Se io non recitassi la preghiera della notte, andrei in bancarotta”.

La moglie dello Shahid racconta: “I miei parenti dissero che lo sposo doveva portare il regalo per la sposa, ed era nostro uso che questo regalo fosse un anello. Non c’avevo pensato…Mostafa entrò con il suo regalo. Andai ad aprirlo e vidi che era una candela! Accanto alla candela c’era un biglietto con una frase molto bella. Andai a nascondere subito il regalo…Il mio mahr era un Corano e la promessa che lo sposo mi avrebbe guidato sulla via della perfezione e dell’Ahlulbayt (a). Per i miei parenti e amici tutto ciò era molto strano”.
La moglie dello Shahid racconta: “Il giorno che venne a chiedere la mia mano, mia madre gli disse: ‘Lo sa questa ragazza con cui si vuol sposare che tipo di ragazza è? La mattina quando si alza, non si è ancora lavata la faccia che la cameriera le ha ordinato il letto e preparato il caffè. Lei non può vivere con una ragazza del genere, non può permettersi di prenderle una cameriera’. Mostafa rispose con calma: ‘È vero, io non posso prenderle una cameriera, però le prometto che finché sarò in vita, quando si alza, le ordinerò il letto e le porterò il caffè a letto’. E fino a quando cadde martire mantenne la sua promessa. Persino quando eravamo al fronte ad Ahwaz (durante la guerra), insisteva a voler ordinare il letto e portarmi il caffè. Gli chiesi: ‘Perchè lo fai?’. Rispose: ‘Perchè ho promesso a tua madre di fare queste cose finché sarò in vita’”.
La signora Ghadah Jabir, vedova di Shahid Chamran, racconta: “Tutti mi dicevano: ‘Tu sei diventata matta! Quest’uomo ha vent’anni più di te, è iraniano, pensa solo alla guerra, non ha denaro, non è come noi, non ha neppure la carta d’identità!’ Volevano farmi cambiare idea e impedirmi di sposarmi con Shahid Chamran… Quello che più mi attraeva in lui era il suo amore per la wilayah. Io scrivevo sempre che il lago di Sur (in Libano), ogni granello di terra del Jabal Amil mi facevano ancora sentire la voce di Abudhar (Abudhar era stato esiliato in Libano da parte di Umar). Questa voce era nella mia anima. Sentivo che dovevo andare, arrivare là, però non c’era nessuno a prendere la mia mano. Mostafa l’avrebbe presa. Quando lui è arrivato, era come se fosse arrivato Salman. Lui poteva prendere la mia mano e tirarmi fuori dall’oscurità, da questa routine. Non potevo accettare di sposarmi come gli altri e avere una vita normale…Cercavo un uomo come Mostafa, un’anima grande, libero dal Mondo e dalle cose mondane”.