“Era una riunione molto importante…Shahid Beheshti si preparò per incominciare il suo discorso, bisognava decidere riguardo al presidente della Repubblica, se dovesse necessariamente essere un sapiente religioso o no, e altri temi importanti…Erano passati dieci minuti dall’inizio del suo discorso. Shahid Beheshti fece una pausa, guardò intorno i presenti, all’improvviso disse: ‘Si sente il profumo del Paradiso. Anche voi lo sentite?’ In quel momento scoppiò la bomba nell’ufficio del Partito della Repubblica Islamica (dove si trovavano Shahid Beheshti e i suoi compagni) e l’edificio crollò”.
Uno dei suoi conoscenti racconta: “L’anno 1984 mi sposai e otto mesi prima della data prevista per il mio matrimonio invitai anche Shahid Beheshti, egli prese la sua agenda e segnò questo appuntamento. La sera della cerimonia fui veramente sorpreso di vederlo con la sua famiglia, non avrei mai pensato che dopo otto mesi si ricordasse di venire!”
Uno dei suoi conoscenti racconta: “Un giorno nella mia casa a Qom tenemmo una riunione a cui partecipò anche Shahid Beheshti. La riunione durò dalle otto di mattina fino a mezzogiorno. Dopo la preghiera e il pranzo egli disse di voler riposare e di svegliarlo dopo dieci minuti. Dopo dieci minuti volevo andare a svegliarlo, ma non feci in tempo ad aprire la porta e vidi che era già in piedi. Gli chiesi: ‘Ma lei non ha dormito?’. Mi rispose: ‘Certo mi sono addormentato subito e mi sono svegliato esattamente dopo dieci minuti’. Io ero stupefatto: come poteva una persona dopo il viaggio da Tehran a Qom e una riunione così lunga, svegliarsi esattamente dopo dieci minuti?! Ciò successe più volte, alla fine mi resi conto che una persona così matura spiritualmente, raggiunge un controllo di sé tale da poter controllare le proprie ore di veglia e sonno”.
Uno dei suoi amici racconta: ‘Volevamo andare da Amburgo a un’altra città in treno. Era quasi mezzogiorno che arrivammo alla stazione e il treno non era ancora arrivato. Quindi vidi il signor Beheshti prendere la bussola che indica la direzione della qiblah e incominciare a pregare. Tutti lo guardavano con curiosità (a quei tempi erano in pochi ad aver visto musulmani pregare). Allora qualcuno chiamò la polizia. La polizia gli si avvicinò e una volta finita la sua preghiera gli dissero: “Cosa sta facendo? Deve venire con noi a dare spiegazioni”. Egli con gentilezza spiegò: “Io sono musulmano e questo è il nostro modo di pregare. Ogni atto rituale ha il suo tempo specifico e mezzogiorno è l’ora di questa preghiera”. Sentito ciò la polizia se ne andò’.
Uno dei suoi figli racconta: “Prima della Rivoluzione Islamica per tutto il giorno e dopo la Rivoluzione per metà giornata, il venerdì era a nostra disposizione. Anche se le più importanti personalità politiche straniere chiedevano di incontrarlo in quel giorno, diceva che il venerdì non poteva perchè si dedicava alla famiglia, doveva dettare ai suoi figli e aiutarli negli studi, a meno che non fosse l’Imam a ordinarglielo. Il venerdì con lui ci dedicavamo ad ogni tipo di attività: dal giardinaggio al gioco nel cortile”.
Uno dei suoi amici racconta: “Quando eravamo ad Amburgo (Shahid Beheshti era stato mandato là per circa 4 anni), c’era un ragazzino di circa 10-12 anni che ogni tanto veniva in moschea. Un giorno andò da Shahid Beheshti, dicendogli che il suo insegnante gli aveva chiesto di andare da lui e porgli alcune domande sull’Islam. Shahid Beheshti gli disse che poteva venire da lui il giorno seguente alle 16:30.

Il giorno dopo, mentre stavamo andando alla moschea, l’auto si ruppe e non riuscii a metterla a posto. Shahid Beheshti mi chiese quanto tempo ci sarebbe voluto ad aggiustare l’auto, gli chiesi perchè e rispose che doveva vedere una persona alle 16:30. Io, che sapevo doveva incontrare il ragazzino del giorno prima, gli dissi di non preoccuparsi che era solo un bambino e vedendo che faceva tardi si sarebbe messo a giocare, anche se arrivavamo alle 17:30 non era un problema. Shahid Beheshti mi rispose che così non era corretto, si era messo d’accordo per le 16:30, quindi doveva essere lì a quell’ora. Quindi prese un taxi per arrivare in tempo in moschea”.
Uno dei membri dei Mujahedine Khalq (i munafeqin) andò dall’ayatollah Beheshti e gli chiese perché era così contrario a quel gruppo, egli rispose: “Primo perché dicono molte bugie e secondo perché basano le loro idee su un’ideologia non islamica. Ne ho già parlato la settimana scorsa con il vostro responsabile Mas’ud Rajawi che era stato qua”.
Una settimana dopo lo stesso giovane venne di nuovo e gli disse: “Io ho parlato con il fratello Mas’ud, mi ha risposto che lui non è stato qua a casa sua”. L’ayatollah Beheshti sorrise e ribatté: “Ecco…è dimostrato che sono dei bugiardi. Riguardo alla seconda questione ne possiamo parlare”.

Foto: notare la semplicità.

Uno dei suoi amici racconta: “Diceva sempre che più potete vivere in modo semplice più potete combattere. Era convinto che coloro che non sono riusciti a vivere in modo semplice non sono nemmeno riusciti a combattere. Perciò ricordava sempre i primi anni della sua vita coniugale, quando viveva con un modesto reddito da insegnante, come i migliori anni della suia vita”. Uno dei suoi compagni di cella (al tempo dello Shah) racconta: “Non mangiava il cibo della prigione perchè si diceva fosse avvelenato. Mangiava solo acqua e pane. Gli chiesi come faceva a mangiare solo acqua e pane e che mi veniva da star male a continuare a vederlo bagnare il pane e mangiarlo. Mi disse che chi si è abituato a mangiare pane e acqua fuori prigione, non ha problemi a mangiarlo anche qua”.
Shahid Beheshti disse: “Non ho mai passato un attimo pensando che ‘Alhamdulillah, il lavoro è finito’. Studiando la storia dell’Islam e delle altre rivoluzioni della storia mi sono reso conto che i nemici della Verità e della Giustizia non si daranno mai pace”.
Uno degli amici dello Shahid racconta: “Dall’ordine che regnava nella sua stanza si poteva indovinare che fosse una persona molto seria nel mettere in pratica il suo programma giornaliero. Aveva programmato tutto persino a che ora entrare nella sua stanza e a che ora fare colazione. Adesso era l’ora dedicata agli amici: era circa un quarto d’ora che stavamo chiacchierando del più e del meno, a un certo punto con tono amichevole ma serio disse: ‘Amici il mio tempo è finito e devo andare a fare un’altra cosa, se volete potete rimanere qua, vi dò le chiavi, quando avete finito chiudete a chiave la stanza’”.