Vogliamo proporvi questo interessante articolo tradotto dalla sorella Isabella e tratto dal blog:

http://veloitalia.blogspot.it/2016/08/riflessione-di-una-donna-sul-condurre.html

L’articolo è una traduzione di un estratto dal libro “Reclaim your heart” di Yasmin Mogahed.
L’autrice è una donna musulmana, laureata in psicologia e giornalismo, rinomata autrice e speaker nel mondo islamico.

Fonte dell’articolo originale : http://www.yasminmogahed.com/2010/12/19/a-woman%E2%80%99s-reflection-on-leading-prayer/

Il 18 Marzo 2005, Amina Wadud condusse la prima Jum’ah (preghiera del Venerdì) guidata da una donna. Quel giorno , le donne fecero un enorme passo verso l’essere più simili agli uomini .
Ma in questo modo ci siamo portate più vicine a realizzare la nostra liberazione?
Io non credo.
Ciò che spesso dimentichiamo è che Dio ha onorato la donna dandole un valore in relazione a Dio – non in relazione agli uomini. Ma poiché il femminismo occidentale elimina Dio dalla scena, non rimane alcuno standard – che l’uomo, in quanto maschio.
Come risultato, la femminista occidentale è costretta a trovare il suo valore in relazione ad un uomo. E facendo ciò, ha accettato un’assunzione distorta. Essa ha accettato che l’uomo è lo standard, e dunque una donna non potrà mai essere un completo essere umano finché non diventa semplicemente come un uomo .

Quando un uomo si taglia i capelli corti , lei vuole tagliarsi i capelli corti. Quando un uomo si arruola nell’esercito , lei vuole arruolarsi nell’esercito. Vuole queste cose per il semplice motivo che questo è “lo standard”.
Ciò che essa non realizza è che Dio dà dignità ad entrambi , uomo e donna, nella loro diversità e distinzione – non nella loro uguaglianza.

E il 18 marzo , le donne musulmane hanno commesso lo stesso identico errore.
Per 1400 anni gli studiosi islamici hanno concordato sul fatto che sono gli uomini a condurre la preghiera. In quanto donna musulmana, perché ciò dovrebbe importarmi ? Colui che guida la preghiera non è spiritualmente superiore in alcun modo. Una cosa non è migliore solo perché è un uomo a farla. E condurre la preghiera non è migliore , semplicemente perché è “condurre” . Se fosse stato ruolo della donna o se fosse stato più divino , allora perché il Profeta (pace su di lui) non avrebbe chiesto ad Ayesha, Khadija o Fatima – le più grandi donne di tutti i tempi – di guidare la preghiera ?
A queste donne fu promesso il paradiso – eppure non hanno mai condotto una preghiera.

Ma ora ,per la prima volta in 1400 anni , guardiamo un uomo condurre la preghiera e pensiamo “Non è giusto”. Pensiamo ciò anche se Dio non ha concesso alcun privilegio a chi la guida . L’imam non ha più valore agli occhi di Dio di quanto non ne abbia chi prega nelle file posteriori .
D’altro lato , soltanto una donna può essere madre. E Dio ha dato un privilegio speciale ad una madre. Il Profeta (pace su di lui) ci ha insegnato che “Il paradiso giace ai piedi della madre”. Ma qualunque cosa faccia un uomo , egli non potrà mai essere una madre. Allora perché questo non è ingiusto ?

Quando gli fu chiesto “Chi più di tutti merita il nostro buon trattamento?” Il profeta (pace su di lui) rispose: “Tua madre” tre volte prima di dire “Tuo padre” soltanto una. E’ sessista questo ? Non importa quanto un uomo faccia, non sarà mai in grado di avere lo status di una madre.

E ancora, quando Dio ci onora con qualcosa di unicamente femminile, siamo troppo impegnate a trovare il nostro valore in relazione ad un uomo per apprezzare – o addirittura notare ciò.
Abbiamo , anche noi , accettato gli uomini come standard ; dunque qualunque cosa unicamente femminile è , per definizione, inferiore. Essere sensibile è un insulto , diventare madre – una degradazione.
Nella battaglia tra razionalità stoica (considerata maschile) e compassionevole altruismo (considerato femminile) la razionalità regna suprema.

Dal momento in cui accettiamo che qualunque cosa un uomo abbia o faccia è migliore, ciò che ne segue è una reazione a martello : se un uomo ha questo , dobbiamo averlo anche noi . Se gli uomini pregano nelle file anteriori, assumiamo che sia meglio , dunque vogliamo pregare nelle file anteriori anche noi . Se gli uomini conducono la preghiera, assumiamo che l’Imam è più vicino a Dio , dunque vogliamo condurre la preghiera anche noi.
In qualche modo abbiamo accettato la nozione che avere una posizione di mondana leadership è in qualche modo indice della propria posizione con Dio .
Una donna musulmana non ha bisogno di degradare se stessa in questo modo . Lei ha Dio come standard. Ha Dio a definire il suo valore, non ha bisogno di un uomo .
Infatti , nella nostra crociata per inseguire gli uomini , noi donne non ci siamo mai fermate per esaminare la possibilità che ciò che abbiamo possa essere per noi migliore . In alcuni casi addirittura lasciamo andare questi valori solo per essere come un uomo .

50 anni fa, la società ci diceva che gli uomini erano superiori perché lasciavano la casa per andare a lavorare nelle fabbriche. Noi eravamo madri .
E tuttavia, ci dicevano che abbandonare l’allevamento di un altro essere umano per poter lavorare ad una macchina significava la liberazione della donna.
Abbiamo accettato che lavorare in una fabbrica è superiore ad allevare il fondamento della società – soltanto perché era un uomo a farlo.
Poi , dopo lavoro , dovevamo dimostrare di essere superumani – la madre perfetta, la moglie perfetta, la casalinga perfetta – e avere la carriera perfetta. E mentre non c’è niente di male , per definizione, in una donna in carriera, presto realizziamo ciò che abbiamo sacrificato per imitare ciecamente gli uomini .
Abbiamo guardato i nostri bambini diventare estranei e presto abbiamo riconosciuto il privilegio che abbiamo abbandonato .

E quindi solo ora – potendo scegliere – le donne in Occidente stanno scegliendo di restare a casa a crescere i loro figli.
Secondo lo United States Department of Agricolture, solo il 31 per cento delle madri con bambini piccoli , e il 18 per cento di madri con due o più figli , lavorano full-time. E di queste madri lavoratrici, un sondaggio condotto dal Parenting Magazine nel 2000 , ha rilevato che il 93 per cento di esse dice che preferirebbe restare a casa con i figli , ma è costretto a lavorare a causa di “obblighi finanziari”. Questi “obblighi” sono imposti alle donne dall’uguaglianza dei sessi dell’Occidente moderno , e rimossi dalle donne nella distinzione fra i sessi propria dell’Islam.

Ci è voluto alle donne occidentali quasi un secolo di sperimentazione per realizzare un privilegio dato alle donne musulmane 1400 anni fa.

Datomi questo privilegio in quanto donna, degrado me stessa provando ad essere qualcosa che non sono – e che in tutta onestà – non voglio essere: un uomo .
Come donne, non raggiungeremo mai la vera liberazione finché non smetteremo di imitare gli uomini , e dare valore alla bellezza di ciò che ci distingue, dato da Dio .

Se posso scegliere tra stoica giustizia e compassione, scelgo compassione. E se posso scegliere tra mondana leadership e paradiso ai miei piedi – scelgo il Paradiso .

Risposta concisa
Uno dei principi fondamentali della dottrina sciita, estratto da molteplici versetti e hadìth profetici, è che l’imamato costituisce un’investitura divina. Quindi una volta accertato che Dio ha elevato un individuo a questa carica, un musulmano senza esitare deve accettare come servo la sua wilayah, poiché Dio sa meglio di chiunque a chi deve donare l’imamato[i]. La nomina da parte di Dio per questo incarico può manifestarsi nei seguenti modi:
1. Hadìth profetici.
2. Presentazione da parte degli Imam (A), in particolar modo quello precedente.
3. Possesso di altre condizioni per l’imamato, come la conoscenza dell’occulto (‘ilm ladunni), essere il più saggio della propria epoca, infallibilità, salute ed equilibrio corporali e spirituali, taumaturgia e altri fenomeni paranormali.
Gli sciiti contemporanei degli Imam infanti (A) (l’imam Javad (A) a otto anni, l’imam Hadi (A) a nove anni e l’imam Mahdi (Aj) a cinque anni) non erano estranei a queste condizioni e dopo aver analizzato e ricercato a lungo sul loro conto, raggiungevano la certezza del loro imamato e accettavano la loro wilayah. Anche le generazioni successive si fidarono delle prove storiche, delle loro ricerche e degli hadìth evidenti. D’altro canto l’imamato, le conferme occulte da parte di Dio nei loro confronti e la capacità di compiere miracoli, impediscono che essi siano paragonati agli individui normali. Inoltre per un musulmano credente nel Corano, il dono di una carica divina a un bambino, in base alla saggezza, sapienza e favore di Dio, non deve sembrare strano dato che Gesù, Giovanni Battista e Salomone (A) diventarono profeti a tal età. I versetti del Corano concernenti questi tre nobili Profeti (A) sono stati utilizzati più volte dagli Imam (A) come prova.

[i] Sacro Corano, 6:124.
Risposta dettagliata
L’imamato, dal punto di vista sciita, consiste nella wilayah del wali di Allah sulle altre persone[1]. In altre parole l’imamato è un incarico divino volto a dirigere la religione e la gente, e guidarli verso la vetta della beatitudine e dell’umanità. Per questo motivo l’Imam (A) non può essere scelto da parte della gente, poiché solo Dio sa chi possiede la conoscenza dell’occulto (‘ilm ladunni) e l’infallibilità, infatti queste sono le condizioni più importanti per diventare wali di Allah.
L’individuo monoteista che accetta la wilayah divina per se stesso, in ogni aspetto della propria vita obbedisce agli ordini e divieti divini. Nella questione della wilayah, dovrà pertanto sottomettersi completamente ai wali che Dio investe di tale carica, e dovrà altresì astenersi dal confrontarli con altri o esitare. Per riconoscere coloro che Dio eleva ad imam e wali, vi sono alcuni accorgimenti:
a. Analizzare la loro prassi, via e metodo.
b. Confrontare le caratteristiche e i segni descritti dalle guide precedenti riguardo a quella successiva.
c. Richiesta di miracolo e ricerca di condizioni dell’imamato; facendo riferimento alla prassi e alla storia si possono ottenere delle informazioni riguardo alla sua vita; inoltre attraverso gli hadìth si possono ottenere le tradizioni tramandate dal Profeta (S) e in seguito quelle di ogni Imam (A) per poi riconoscere l’Imam (A) successivo. Gli Imam infallibili (A) sia in vita che dopo il martirio hanno compiuto dei miracoli. Questi fenomeni sovrannaturali sono talmente numerosi che non sono stati calcolati; in più, ogni ricercatore della verità può facilmente trovarne notizia.
Per tali motivi non esiste un limite minimo d’età per l’imamato. La maturità spirituale, sapienziale e intellettuale, in questo caso, può essere donata fin dall’infanzia da parte di Dio; questo può essere considerato uno dei miracoli che dimostrano il suo imamato, non un ostacolo.
Senza dubbio, con una cognizione superficiale, sarà difficile per grandi, sapienti, anziani e anche giovani, ecc., accettare la wilayah di un individuo più giovane d’età; pure per la gente comune accettare una tale wilayah non sarebbe come riconoscere quella di un altro individuo di età maggiore. La gente contemporanea degli Imam infanti (A) (l’imam Javad (A) a otto anni, l’imam Hadi (A) a nove anni e l’imam Mahdi (Aj) a cinque anni) non da meno avanzò domande e dubbi all’imam Ridha (A), pretendendo delle spiegazioni. Per esempio il seguente hadìth può essere utilizzato come testimonianza:
Da Hasan ibn Jahm è stato tramandato che: ‘Ero al cospetto dell’imam Ridha (A) ed era presente anche il nobile imam Javad (A) ancora bambino. Dopo una lunga conversazione, il nobile Ridha (A) mi disse: “O Hasan, se ti dicessi che questo bambino sarà il tuo imam, cosa risponderesti?” Replicai: “Sono al tuo servizio, ciò che dici tu, lo dico anch’io”. L’Imam (A) confermò: “Ciò che hai detto è giusto”, quindi scoprì la spalla del nobile Javad (A) e mi mostrò un simbolo simile a due dita e aggiunse: “Il nobile Musa ibn Ja’far (A) aveva un simbolo simile nella stessa parte del corpo”’.
È stato tramandato che pure una persona di nome Mahmudi narrò quanto segue: ‘Mi trovavo a Tus presso il nobile Ridha (A). Uno dei suoi compagni migliori chiese: “Se dovesse capitarti una disgrazia, chi sarà imam dopo di te?”. Il nobile Ridha (A) gli prestò la propria attenzione e rispose: “Dopo di me per la questione dell’imamato dovete rivolgervi a mio figlio, il nobile Javad (A)”. Egli domandò: “Gli anni dell’imam Javad (A), non sono pochi? L’imam Ridha (A) replicò: “Dio investì il nobile Gesù figlio di Maria (A) del grado di profeta quando era più piccolo dell’Imam Muhammad Taqi (A)”[2]’.
A causa di alcuni problemi, certi sciiti, all’epoca dell’imam Ridha (A), nonostante queste chiare prove cercarono di conoscere l’imam successivo. Alcuni andarono presso Abdullah ibn Musa (A), il fratello dell’imam Ridha (A), ma poiché non erano disposti ad accettare il suo imamato senza prima aver appurato la sua situazione, alcuni lo misero alla prova rivolgendogli delle domande e quando videro che era incapace di rispondere lo lasciarono.[3] Ciò che è importante è questa manifestazione divina che deve trovarsi nello scibile degli imam. Costoro rispettarono questo principio con tutti gli imam, ponendo loro diverse domande e solamente una volta sicuri che erano in grado di rispondere a queste domande (nonostante la presenza di chiare prove), venivano riconosciuti come imam infallibili da parte degli sciiti.[4] Anche gli Imam infanti non erano esclusi da ciò e venivano provati dai grandi sciiti per accertare la loro capacità scientifica e taumaturgica.
Dall’altra parte i nemici degli Imam (A), che aspettavano sempre l’occasione propizia per mettere da parte gli Imam (A) e allontanare gli sciiti da loro, approfittarono di questa loro peculiarità e organizzando una giuria di sapienti vollero utilizzare la giovane età come pretesto per allontanarli del tutto dalla scena. Tuttavia con i loro sforzi non fecero altro che umiliarsi, dato che dimostrarono ancor più la loro (degli Imam) dignità di fronte a tutti i sapienti contemporanei.[5]
Oltre a tutto ciò, coloro che conoscono il Corano e le storie dei Profeti (A), sanno altresì che alcuni profeti giunsero al grado di profeta, e anche d’imam, in giovane età, come Gesù (A)[6], Giovanni Battista (A)[7], ecc. Quando invece la maggior parte dei Profeti (A) raggiunse questo livello a quarant’anni o più.
Questa dev’essere quindi considerata una questione che riguarda la saggezza e la sapienza divina, e per riconoscere chi possiede un tale grado bisogna affidarsi alle prove e testimonianze. Come dice il Sacro Corano: “Di’: “O Allah, Sovrano del regno, Tu dai il regno a chi vuoi e lo strappi a chi vuoi, esalti chi vuoi e umili chi vuoi. Il bene è nelle Tue mani, Tu sei l’Onnipotente”.[8] Sempre il Corano replicando al dubbio del popolo di Israele dice: “E disse il loro profeta: “Ecco che Allah vi ha dato per re Saul”. Dissero: “Come potrà regnare su di noi? Noi abbiamo più diritto di lui a regnare, e a lui non sono state concesse ricchezze!”. Disse:” In verità Allah lo ha scelto tra voi e lo ha dotato di scienza e di prestanza”. Allah dà il regno a chi vuole, Egli è immenso, sapiente. E disse il loro profeta: “Il segno della sovranità sarà che verrà con l’Arca”[9].
In conclusione l’imamato dell’Imam del Tempo (Aj) in età precoce è normale e razionale.

Fonti per approfondire l’argomento:
1. Fazel Javad, Ma’sumin-e chahardah ganeh.
2. Pishvay Mahdi, Sire-ye Pishvayan, pp. 531-555.
3. Najafi Mohammad Javad, Setaregan-e Derakhshan, vol. 11, pp. 22-25 e vol. 14, pp. 67-69.
4. AA. VV., Ma’aref-e eslami, vol. 2, Ma’aref (Nahad-e Rahbari dar daneshgah-ha), pp. 122 e 123.
5. Qomi sheikh Abbas, Montaha al-Amal, pp. 943-955.
6. Ja’farian Rasul, Hayat-e Fekri va Siasi-e Emaman-e Shi’eh (A), Ansarian, 1381, Qom, pp. 472 e 473.
7. Ameli Ja’far Morteza, traduzione Hosseyni seyyed Mohammad, Zendegani-e Siasi-e Emam Javad (A), pp. 68-109.
[1] Cfr.: Indice: Il significato di Wilayah, domanda 128.
[2] Najafi Mohammad Javad, Setaregan-e Derakhshan, vol. 11, (Sargozasht-e hazrat-e emam Mohammad-e Taqi), pp. 24 e 25.
[3] Ja’farian Rasul, Hayat-e Fekri va Siasi-e Emaman-e Shi’eh (A), pag. 473.
[4] Ivi, p. 474.
[5] Cfr.: Sheykh Abbas Qomi, Montaha al-Amal, pp. 943-955; Ameli Ja’far Morteza, traduttore Hosseyni seyyed Mohammad, Zendegani-e Siasi-e Emam Javad (A), pp. 68-109.
[6] Sacro Corano, 19:26-34.
[7] Sacro Corano, 19:12-15.
[8] Sacro Corano, 3:26.
[9] Sacro Corano, 2:247.
Fonte: islamquest.net

Messaggio dell’Imam Khamenei per il Pellegrinaggio (2016)
Quello che segue è il testo integrale del messaggio che la Guida della Rivoluzione Islamica, l’Imam Khamenei, ha inviato ai musulmani del mondo in occasione del Pellegrinaggio.
Ass. Islamica Imam Mahdi (AJ)

rahbar-hajj

Col Nome d’Iddio Clemente e Misericordioso
E la lode appartiene unicamente a Iddio, il Signore dei mondi, e la pace d’Iddio discenda sul nostro Maestro Muhammad, sulla sua pura Famiglia, sui suoi prescelti Compagni e su coloro che li seguono fino al Giorno del Giudizio.
Fratelli e sorelle musulmani di tutto il mondo!
La stagione del Pellegrinaggio (Hajj) è per i Musulmani la stagione della nobiltà e della gloria agli occhi delle creature, della luminosità dei cuori, delle invocazioni e dell’umiltà di fronte al Creatore.
Il Pellegrinaggio è un dovere celeste, terrestre, divino e comunitario. Da una parte l’ordine divino “ricordate Dio come ricordate i vostri padri e con maggior venerazione” [Sacro Corano, II: 200] e “ricordatevi di Dio in giorni specifici” [II: 203] e dall’altra la dichiarazione divina “che abbiamo istituito per gli uomini… e, chi vi risiede e chi vi si reca, sono uguali – e a chiunque insolentemente la profana [la Moschea Sacra], faremo provare un doloroso castigo” [XXII: 25] mostrano le sue infinite e differenti dimensioni.
Nel corso del compimento di questo ineguagliabile dovere, la sicurezza temporale e spaziale funge come segno chiaro e stella splendente, rasserenando i cuori degli uomini e conducendo i pellegrini per un periodo specifico fuori dall’assedio di insicurezza con cui gli oppressori dominanti minacciano costantemente l’umanità – facendo così gustare loro il piacere della sicurezza.
Il Pellegrinaggio abramitico che l’Islam ha donato ai musulmani è la manifestazione della nobiltà, della spiritualità, dell’unità e della gloria e mostra ai nemici e ai malvagi la grandezza dell’Ummah Islamica e la sua totale fiducia nella potenza infinita di Dio. Esso mette inoltre in rilievo la distanza che separa i musulmani dalla palude della corruzione, dell’umiliazione e della tirannia che gli oppressori e arroganti mondiali impongono alle comunità umane.
Il Pellegrinaggio islamico e monoteista è la manifestazione del versetto “coloro che sono duri con i rinnegatori e compassionevoli fra loro” [48: 29]; è il luogo della dissociazione dagli associatori e della vicinanza e unità tra i credenti.
Coloro che hanno ridotto il Pellegrinaggio ad un semplice viaggio turistico-religioso e celato la loro ostilità e risentimento verso la nazione credente e rivoluzionaria dell’Iran accusandola di “politicizzare l’Hajj”, sono dei piccoli poveri diavoli che tremano per la paura di compromettere gli interessi del Grande Satana, gli Stati Uniti.
Le autorità saudite, che quest’anno hanno ostruito “la via di Dio e della Moschea Sacra” e sbarrato il sentiero alla Casa dell’Amato ai credenti e nobili pellegrini iraniani, sono individui cupi e sviati che credono che la preservazione del loro trono e del loro potere oppressivo passi attraverso la difesa delle potenze arroganti del mondo, l’alleanza col sionismo e gli Stati Uniti e l’esaudimento delle loro richieste. E su questa strada non si astengono dal commettere alcun tradimento.
E’ ormai trascorso quasi un anno dalla catastrofe di Mina nella quale, nel giorno di Eid, con gli abiti della consacrazione (ihram), sotto un sole cocente e con le labbra assetate, migliaia di pellegrini innocenti hanno perso tragicamente la loro vita. Poco prima un altro gruppo di persone era rimasto ucciso mentre compiva i riti della Preghiera e la circoambulazione della Moschea Sacra.
Le autorità saudite sono colpevoli di entrambe le catastrofi. Questo è un fatto unanimemente riconosciuto dai presenti, dai testimoni e dagli specialisti tecnici. Alcuni esperti hanno parlato perfino di premeditazione. L’esitazione e la negligenza nel soccorrere le vittime che recitavano le invocazioni e i versetti divini in questo giorno di festa sono incontestabili e irrefutabili. Gli agenti sauditi senza cuore e criminali hanno rinchiuso i feriti insieme ai morti all’interno di conteiner e invece di fornire loro cure mediche, aiuto o almeno temprare la loro sete, li hanno martirizzati.
Diverse migliaia di famiglie di differenti paesi hanno perduto i loro cari e le loro nazioni sono state in lutto. Circa cinquecento pellegrini della Repubblica Islamica sono diventati martiri, mentre i cuori delle loro famiglie sono ancora spezzati e il nostro popolo arrabbiato e rattristato.
I dirigenti sauditi, invece di scusarsi, pentirsi e perseguire legalmente i diretti colpevoli di questa tragedia, con la massima sfacciataggine e insolenza hanno rifiutato di permettere la formazione di una commissione d’inchiesta internazionale islamica per indagare sui fatti.
Invece di trovarsi sul banco degli accusati, si sono messi dalla parte dell’accusa, svelando con una malvagità e viltà estrema la loro antica animosità contro la Repubblica Islamica e verso ogni stendardo islamico issato di fronte alla Miscredenza e all’Arroganza.
I loro strumenti di propaganda – dai politici il cui atteggiamento verso i sionisti e gli Stati Uniti è fonte di disgrazia per il mondo islamico, ai muftì empi e corrotti che emettono responsi giuridici (fatwa) palesemente contrari al Corano e alla Sunnah, ai pennivendoli che non vengono scoraggiati neanche dai codici di condotta professionali dal pronunciare e diffondere menzogne – compiono futili sforzi per accusare la Repubblica Islamica della responsabilità di aver privato quest’anno i pellegrini iraniani della possibilità partecipare al Pellegrinaggio.
Questi dirigenti sediziosi che hanno creato e armato i malvagi gruppi armati takfiri, che hanno gettato il mondo islamico in guerre interne e massacri di innocenti, che hanno messo a ferro e fuoco lo Yemen, l’Iraq, la Siria, la Libia e altre nazioni, questi politici manipolatori senza Dio che hanno teso la loro mano amichevole al regime occupante sionista e chiuso i loro occhi davanti alle sofferenze e tragedie strazianti dei palestinesi, che hanno esteso la loro oppressione e il loro tradimento alle città e villaggi del Bahrain, questi stessi governanti senza coscienza e senza religione che hanno provocato la grande tragedia di Mina e che usando il titolo di “servi dei Due Luoghi Santi” hanno commesso il sacrilegio di perturbare la sicurezza dei luoghi sacri e divini, massacrato gli ospiti di Dio Misericordioso nel giorno di Eid a Medina e prima ancora nella Moschea Sacra, parlano ora del bisogno di evitare di “politicizzare il Pellegrinaggio” e accusano gli altri dei grandi peccati che loro stessi hanno commesso o provocato.
Questi individui rappresentano la perfetta manifestazione dei versetti del Sacro Corano che dicono: “Quando ti volge le spalle, percorre la terra spargendovi la corruzione e saccheggiando le colture e il bestiame. E Iddio non ama la corruzione. E quando gli si dice: “Temi Iddio”, un orgoglio criminale lo agita. L’Inferno gli basterà, che tristo giaciglio!” (II, 205-206)
Quest’anno, secondo i rapporti che abbiamo ricevuto, oltre ad aver proibito la partecipazione ai pellegrini iraniani e di altre nazioni, hanno sottoposto i pellegrini di altri paesi a controlli illegittimi con l’aiuto dei servizi di spionaggio americani e sionisti, privandoli così della sicurezza che spetta a tutti i pellegrini della Casa sacra di Dio.
Il mondo islamico, tanto nei governi che nelle nazioni, deve conoscere il vero volto dei dirigenti sauditi e la loro natura blasfema, senza fede, dipendente dall’Arroganza e materialista. Questi individui devono rispondere dei crimini che hanno commesso in tutto il mondo islamico.
Tenendo conto del loro atteggiamento verso gli ospiti di Dio dobbiamo riconsiderare fondamentalmente l’amministrazione dei Due Luoghi Santi e la questione del Pellegrinaggio. Ogni negligenza nell’adempiere a questa responsabilità in futuro causerà alla Ummah Islamica problemi ancora più seri.
Cari fratelli e sorelle! Quest’anno i credenti ed entusiasti pellegrini iraniani sono assenti dai riti dell’Hajj ma i loro cuori sono al fianco dei pellegrini provenienti dalle differenti parti del mondo, sono preoccupati per loro e pregano affinché la progenie maledetta del Taghut non causi ad essi alcun danno.
Nelle vostre invocazioni, riti e preghiere ricordatevi dei vostri fratelli e sorelle iraniani, pregate affinché vengano rimossi gli ostacoli che fanno patire le comunità islamiche e tagliate le mani degli arroganti, dei sionisti e dei loro servi dalla Ummah islamica.
Rendo omaggio ai martiri di Mina e della Moschea Sacra dello scorso anno e ai martiri di Mecca del 1987, e prego Iddio Clemente e Misericordioso di accordare loro il Suo Perdono, la Sua Misericordia e le migliori stazioni [spirituali].
Porgo i miei saluti all’Imam del Tempo [il dodicesimo Imam, l’Imam Mahdi] – possa la mia anima essere sacrificata per lui – e lo imploro di pregare per il progresso della Ummah Islamica e la liberazione dei musulmani dalla malvagità e sedizione dei nemici.
E il Successo è con Dio e a Lui ci affidiamo.

Sayyid Ali Khamenei
30 dhul-Quadah 1437 – 2 settembre 2016 – 12 shahrivar 1395

Traduzione a cura di Islamshia.org ©
Fonte: Islamshia.org

 

Col Nome di Dio Clemente e Misericodioso
A tutti i giovani nei paesi occidentali
I recenti amari eventi di cieco terrorismo avvenuti in Francia mi hanno spinto nuovamente a rivolgermi a voi giovani. È per me spiacevole che siano questi eventi a creare un’occasione per parlare, ma la verità è che se le sfide dolorose non creano un’opportunità di dialogo e scambio di opinione, le conseguenze negative si raddoppieranno.

Letter
Le sofferenze di un essere umano, in qualsiasi angolo del mondo, sono dolorose di per sé e per gli altri esseri umani: la scena di un bambino che vede la morte dei suoi più cari di fronte ai propri occhi, quella di una madre che vede svanire in pochi secondi la felicità della propria famiglia, quella di un marito che tiene in braccio il corpo inanime della moglie oppure quella di una persona che non sa che nei momenti successivi vedrà gli ultimi istanti della propria vita, sono tutte scene che scuotono i sentimenti e le emozioni di qualsiasi essere umano. Chi possiede un minimo di amore e umanità si rattrista e addolora vedendo queste scene in Francia, in Palestina, in Iraq, in Libano e in Siria.
Un miliardo e mezzo di musulmani è rimasto indubbiamente sconvolto e indignato per quanto accaduto e prova odio e ripugnanza verso gli autori di questi crimini. La questione è però che se le sofferenze di oggi non ci spingono a costruire un futuro migliore e più sicuro, si ridurranno a meri amari e inutili ricordi. Sono certo che soltanto voi giovani riuscirete a trarre lezioni dalle difficoltà attuali per poi scoprire nuovi sicuri sentieri per costruire il futuro e ostacolare le deviazioni che hanno condotto l’Occidente nella situazione in cui si trova oggi.

È vero che oggi il terrorismo è il dolore comune tra noi e voi, ma dovete sapere che l’insicurezza e l’angoscia che avete sperimentato nei recenti eventi possiedono due importanti differenze rispetto alle sofferenze che hanno provato in tutti questi anni il popolo iracheno, yemenita, siriano e afghano: la prima è che il mondo islamico da lungo tempo e su larga scala è vittima della violenza e dello spargimento del terrore, e la seconda è che purtroppo queste violenze sono state sempre, in modi differenti ed ‘efficaci’, sostenute da alcune grandi potenze. Sono ormai pochi a non conoscere il ruolo degli Stati Uniti nella creazione, rafforzamento e armamento di al-Qaeda, dei Taliban e del loro malvagio seguito. Accanto a questo sostegno diretto, i sostenitori noti ed espliciti del terrorismo takfiri – nonostante il loro sistema politico sia tra i più arretrati – sono stati sempre tra gli alleati dell’Occidente, mentre i più illuminati pensieri sorti dal dinamismo popolare nella regione sono stati crudelmente repressi. Questo atteggiamento iniquo dell’Occidente contro i movimenti di risveglio nel mondo islamico è un esempio chiaro delle contraddizioni della politica occidentale.

Un altro aspetto di questa contraddizione è visibile nel sostegno al terrorismo statale di Israele. Sono più di sessanta anni che il sofferente popolo palestinese sperimenta la peggiore forma di terrorismo. Se oggi le genti d’Europa sono costrette a rimanere a casa per qualche giorno e a non apparire nei luoghi pubblici, è da decine di anni che a causa della macchina di distruzione e di massacro del regime sionista una famiglia palestinese non si sente sicura nemmeno nella propria casa.

Quale violenza è paragonabile nelle atrocità alla costruzione di colonie illegali da parte del regime sionista? Il regime sionista continua a distruggere case, frutteti e campi dei palestinesi senza nemmeno dare il tempo di traslocare o di raccogliere il frutto delle coltivazioni, senza ricevere mai critiche serie ed efficaci da parte dei suoi alleati influenti e nemmeno da parte delle istituzioni internazionali apparentemente indipendenti. Tutto questo avviene davanti agli occhi terrorizzati e in lacrime delle donne e dei bambini palestinesi che sono testimoni del brutale pestaggio, dell’imprigionamento e delle spaventose torture dei loro parenti [da parte dei sionisti]. Conoscete forse altre atrocità di queste dimensioni, gravità e continuità in altre parti del mondo oggi? Se sparare a una donna indifesa in mezzo alla strada per il solo ‘reato’ di protestare contro un soldato armato fino ai denti non è terrorismo, allora che cosa è? Questa barbarie, solo perché perpetrata dalle forze armate di un governo occupante, non devono essere quindi definite “estremismo”? Oppure queste scene, solo perché trasmesse ripetutamente e da più di sessanta anni dalle televisioni, non dovrebbero destare più le nostre coscienze?

Le invasioni militari avvenute negli ultimi anni nel mondo islamico, che hanno provocato numerose vittime, sono un altro esempio della logica contraddittoria dell’Occidente. Le nazioni che sono state invase, oltre ad aver patito perdite di vite umane, hanno subito ingenti danni alle infrastrutture economiche e industriali, si sono viste rallentare o bloccare la strada del progresso e dello sviluppo e in alcuni casi sono state riportate indietro di decenni. Nonostante ciò ad esse viene chiesto con arroganza di non considerarsi oppresse. Come si può ridurre in macerie una nazione, trasformando le sue città e villaggi in cenere, e poi dirgli: “Per favore non consideratevi oppressi”! Non sarebbe forse meglio scusarsi sinceramente invece di invitarle a ignorare o dimenticare queste tragedie? La sofferenza che il mondo islamico ha patito in questi anni a causa dell’ipocrisia e delle imposture degli invasori non è minore dei danni materiali subiti.

Cari giovani! Spero che voi, adesso o in futuro, possiate cambiare questa mentalità intrisa di inganno la cui ‘arte’ è quella di nascondere gli obiettivi lontani e mascherare le intenzioni perfide. A mio giudizio il primo passo per ristabilire la sicurezza e la pace è quello di modificare questa mentalità che origina violenza. Finché nella politica occidentale domineranno il sistema dei due pesi e delle due misure, fino a quando il terrorismo agli occhi dei suoi potenti sostenitori viene diviso in “buono” e “cattivo” e fino al giorno in cui gli interessi dei governi precedono i valori umani e morali, non bisognerà cercare le radici della violenza altrove. Purtroppo nel corso degli anni queste radici hanno penetrato nel profondo le politiche culturali dell’Occidente e hanno prodotto un’invasione ‘morbida’ e silenziosa.
Molte nazioni nel mondo sono orgogliose della propria cultura nazionale e autoctona, che oltre ad essere creative e vitali, hanno nutrito per centinaia di anni le società umane, e il mondo islamico non è un’eccezione in questo. Ma nell’epoca attuale il mondo occidentale, con l’utilizzo di mezzi avanzati, insiste nell’uniformare e omologare le culture nel mondo. Ritengo questa imposizione della cultura occidentale alle altre nazioni, e il considerare le culture di queste ultime come inferiori, una violenza silenziosa e particolarmente dannosa. L’umiliazione delle ricche culture e l’offesa dei loro aspetti più rispettati accade mentre questa cultura che viene proposta non possiede assolutamente le capacità per sostituirle. Gli elementi della violenza e della dissolutezza morale, per esempio, che purtroppo sono diventati le caratteristiche principali della cultura occidentale, hanno perso la loro posizione e approvazione persino dove sono sorte.
Adesso la domanda è questa: se noi non vogliamo una cultura aggressiva, volgare e che fugge dalla spiritualità, siamo forse peccatori? Se cerchiamo di bloccare il diluvio devastante che si dirige verso i nostri giovani sotto forma di prodotti cosiddetti ‘artistici’, siamo forse colpevoli? Non nego l’importanza e il valore dei legami culturali. Questi legami, quando hanno avuto luogo in una situazione naturale e col rispetto per la società che li riceveva, hanno prodotto sempre crescita, ricchezza e prosperità. Al contrario, i legami disomogenei e imposti hanno sempre creato danni e insuccessi. Devo dire con profondo dispiacere che gruppi abietti come DAESH (ISIS) sono figli di questi accoppiamenti infelici con le culture importate. Se il problema fosse stato davvero dottrinale, saremmo stati testimoni di fenomeni del genere anche prima dell’avvento del colonialismo nel mondo islamico, mentre la storia dimostra il contrario.
Le fonti storiche autentiche dimostrano chiaramente che l’unione tra il colonialismo e un pensiero fanatico ed emarginato – esistente tra l’altro soltanto in una tribù beduina – ha coltivato il seme dell’estremismo in questa regione. Come sarebbe altrimenti possibile che dal cuore di una delle più etiche e umane confessioni religiose del mondo, che ha tra i propri principi quello secondo cui uccidere un essere umano equivale all’uccisione dell’intera umanità, esca una spazzatura come DAESH (ISIS)?

Dall’altra parte bisogna poi chiedersi come mai persone nate in Europa e che lì hanno ricevuto la loro educazione culturale e spirituale, vengano attratte da questi gruppi? È forse possibile pensare che una persona, dopo aver fatto uno o due viaggi nelle zone di guerra, diventi così estremista da poter massacrare i propri concittadini? Sicuramente non bisogna dimenticare l’effetto di una vita di insano nutrimento culturale in un ambiente inquinato e creatore di violenza. Bisogna condurre un’analisi completa in questo campo per trovare le contaminazioni palesi e nascoste della società. Forse l’odio profondo che nel corso degli anni dello sviluppo industriale ed economico è stato coltivato a causa delle iniquità e ingiustizie legali e strutturali tra i diversi ceti della società occidentale ha creato dei complessi che di tanto in tanto sorgono come una malattia.
Tuttavia siete voi che dovete strappare le superfici della vostra società, trovando e rimuovendo i nodi e rancori presenti. Bisogna riparare le crepe piuttosto che renderle più profonde. Il grave errore nella lotta al terrorismo sono le reazioni affrettate che non fanno che aumentare le divergenze attuali. Qualsiasi azione emotiva e frettolosa che isoli o spaventi le comunità islamiche – formate da milioni di persone responsabili e attive residenti in Europa e negli Stati Uniti – e limiti ancor di più i loro diritti emarginandole dalla società, non solo non risolverà i problemi ma aumenterà anzi le distanze e i rancori. Le iniziative superficiali e reazionarie, soprattutto se legalizzate, non produrranno altro che l’aumento delle bipartizioni e crisi future. Secondo le notizie che mi sono giunte, in alcune nazioni europee sono state approvate delle leggi che spingono i cittadini a spiare i musulmani; questo atteggiamento è oppressivo e sappiamo tutti che la caratteristica dell’oppressione è quella, prima o poi, di ritorcersi contro chi la commette, a prescindere dal fatto che i musulmani non meritino questa irriconoscenza. Il mondo occidentale da secoli conosce bene i musulmani: sia quando gli occidentali sono stati ospitati nella terra dell’Islam e hanno gettato il proprio sguardo avido sulle ricchezze dei padroni di casa, sia quando sono stati loro ad ospitare i musulmani utilizzandone il lavoro e l’ingegno. Nella maggior parte dei casi non hanno visto che gentilezza e pazienza. Chiedo pertanto a voi giovani di creare le basi per un rapporto giusto, rispettoso e nobile con il mondo dell’Islam, fondato su una corretta e approfondita conoscenza e traendo lezione dalle esperienze negative. Così facendo vedrete in un futuro non molto lontano che l’edificio costruito su queste solide fondamenta irradierà la luce della tranquillità e della fiducia sui suoi architetti, donando loro il calore della sicurezza e serenità, e illuminerà il mondo intero con la luce della speranza in un futuro luminoso.

Seyyed ‘Ali Khamenei
8 Azar 1394 – 29 Novembre 015
Traduzione a cura di Islamshia.org
Fonte: islamshia.org

Le salme dei martiri di Karbalà, che giorno e tramite chi furono identificate e sepolte?

Risposta concisa
Secondo i libri di storia la sepoltura del corpo dell’Imam Husayn (A) e dei martiri di Karbalà avvenne dopo il tramonto del dodicesimo giorno del mese di Muharram per mano della gente appartenente alla tribù dei Bani Asad che risiedevano in un accampamento vicino a Karbalà.

Risposta dettagliata
Il martirio dell’Imam Husayn (A) e dei suoi compagni avvenne il decimo giorno di Muharram del 61 AH. La sepoltura dei corpi di quel nobile e dei martiri di Karbalà fu eseguita alla fine del dodicesimo giorno, ovvero due giorni dopo, per mano di alcuni membri della tribù dei Bani Asad[1] che erano accampati vicino a Karbalà.
Quando l’esercito di Abdullah ibn Zyad si diresse verso Kufa, i corpi dell’Imam Husayn (A) e dei suoi fedeli compagni furono lasciati a terra senza pietà e nessuno trovava il coraggio di seppellirli, fino a quando le donne della tribù dei Bani Asad non rimproverarono i loro uomini e li esortarono a seppellire le spoglie. Gli uomini della tribù dei Bani Asad cercarono quindi di seppellirli ma poiché i corpi erano stati fatti a pezzi non furono in grado di riconoscerli e rimasero incerti sul da farsi. In quel momento l’imam Sajjad (A) apparve tra di loro in incognito e presentò uno ad uno i corpi mentre li seppellivano. Una volta terminata la sepoltura, il nobile imam Sajjad (A) svelò loro la propria identità.[2]
[1] Nel libro “Dayirat al-Ma’arif Tashayyu’’” è stato riportato che:
I Bani Asad erano una delle tribù arabe discendenti da Asad ibn Khuzaymah ibn Madrakah … Questa tribù ebbe la grazia e l’onore di seppellire la nobile salma del Signore dei Martiri (A) e dei suoi compagni dopo la tragedia di Karbalà nel 61 AH. Da questa tribù ebbero origine molti compagni, sapienti, poeti e notabili imamiti. Anche alcune mogli del Profeta (S) appartenevano a questa tribù. Quest’ultima nel 19 AH emigrò dalle terre dell’Arabia in Iraq. Si stabilì a Kufa e a Ghadhiriyyah (periferia di Karbalà). È considerata una delle tribù coraggiose dell’Arabia. Quando Kufa fu fondata, questa tribù si aggiudicò un quartiere particolare a sud della moschea cittadina. Nel 36 AH nella guerra di Jamal, giurò fedeltà all’imam Alì (A) e combatté al suo fianco. Durante la tragedia di ‘Ashurà si suddivise in tre gruppi: uno seguace dell’Imam (A), uno contrario e uno indifferente. Habib ibn Mazahir, Anas ibn Harath, Muslim ibn ‘Awsajah, Qays ibn Muasahhar, Mawqi’ ibn Thamamah e ‘Amr ibn Khalid Saidawi erano i capi seguaci dell’Imam (A); mentre quello contrario era Khalid ibn Kahil Asadi, assassino del neonato dell’Imam (Alì Asghar).
Una parte delle donne del terzo gruppo (indifferente), dopo il martirio dell’Imam Husayn (A) avendo visto i corpi dei martiri, tornò alle proprie case e informò gli uomini affinché seppellissero i corpi. All’inizio le donne attrezzate di vanghe e picconi si diressero verso Karbalà e in seguito gli uomini, essendosi risvegliata la loro coscienza, le seguirono per adempiere alla sepoltura. Questo nobile gesto li rese famosi e da quel giorno divennero rispettabili agli occhi degli sciiti. Cfr.: Dayirat al-Ma’arif Tashayyu’, vol. 3, pag. 340; Mohaddethi Javad, Farhangh-e ‘Ashura, alla voce Bani Asad.
[2] Cfr.: ‘Abdul -Razzaq al-Musawi al-Muqarram, Maqtal al-Husayn, pag. 414; Muhammad Baqir Malbubi, Al-Waqaya’ wa al-Hawadith, vol. 4, pp. 59-61; Muruj al-Zihab, vol. 3, pag. 63; Mohaddethi Javad, Farhangh-e ‘Ashura, alla voce Bani Asad.

Fonte: www.islamquest.net

 

Domanda

Ho sentito dire che la frase “Ogni giorno è Ashurà, ogni luogo è Karbalà” è un hadìth poco attendibile o che non è nemmeno un hadìth. Facendo delle ricerche su Internet ho scoperto che viene attribuito all’imam Sadiq (A). Vi pregherei di darmi ulteriori informazioni al riguardo, se è un hadìth spiegate anche quanto è attendibile e valido.

Risposta concisa

Non abbiamo trovato nessuna fonte di hadìth che citasse la frase “Ogni giorno è Ashurà, ogni luogo è Karbalà” come hadìth di un Infallibile (A). Tuttavia essa costituisce un’interpretazione corretta dell’insieme degli avvenimenti di Karbalà, della linea di condotta dell’imamato e contiene alcuni messaggi educativi e colmi di bellezza. Infatti, anche se in verità non esiste giorno come quello di Ashurà e mai ci sarà, in ogni caso l’oppressione dei tiranni nei confronti degli oppressi esisterà sempre fino a quando il Qa’im della Famiglia di Muhammad (l’imam Mahdi -Aj-) non si manifesterà e li eliminerà.
La cultura di Ashurà è presente in tutti i tempi e Karbalà è il simbolo della resistenza sulla via della lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia.
Le nostre guide religiose ci hanno insegnato che dobbiamo combattere contro l’oppressione ed essi stessi si sono comportati così, perciò Ashurà non è una vicenda limitata a un tempo o luogo particolare.

Risposta dettagliata

Non abbiamo trovato nessuna fonte di tradizioni che citasse la frase “Ogni giorno è Ashurà, ogni luogo è Karbalà” come hadìth di un Infallibile (A)[1]. Tuttavia essa rappresenta un’interpretazione corretta dell’insieme degli avvenimenti di Karbalà, della linea di condotta dell’imamato e contiene alcuni messaggi educativi e colmi di bellezza. Infatti, anche se in verità non esiste giorno come quello di Ashurà e mai ci sarà, in ogni caso l’oppressione dei tiranni nei confronti degli oppressi esisterà sempre fino a quando il Qa’im della Famiglia di Muhammad (l’imam Mahdi -Aj-) non si manifesterà e li eliminerà.
La cultura di Ashurà è presente in tutti i tempi e Karbalà è il simbolo della resistenza sulla via della lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia.
Le nostre guide religiose ci hanno insegnato che dobbiamo combattere contro l’oppressione ed essi stessi si sono comportati così, perciò Ashurà non è una vicenda limitata a un tempo o luogo particolare.
La frase “Ogni giorno è Ashurà, ogni luogo è Karbalà”, è il simbolo della continua lotta tra il bene e il male in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Ashurà e Karbalà sono gli anelli più palesi di questa lunga catena. Il bene e il male si scontrano sempre e gli uomini liberi hanno il dovere di difendere il bene e combattere il male; essere indifferenti è irreligioso.
L’imam Khomeini (r.a.), seguace dell’imam Husayn (A), fondatore della Repubblica islamica e grande combattente contro gli oppressori del suo tempo, la ricorda come una grande frase e ribadisce l’importanza di evocare il significato di Ashurà e rappresentare Karbalà: “Questa frase (Ogni giorno è Ashurà, ogni luogo è Karbalà) è una grande frase … La nostra nazione deve considerare tutti i giorni come Ashurà, dobbiamo combattere contro l’oppressione, qua è Karbalà, bisogna mettere in pratica Karbalà, esso non è un luogo particolare, non appartiene a un gruppo di uomini in particolare. La vicenda di Karbalà non riguarda solo più di settanta persone e un luogo particolare: tutti i luoghi devono rappresentarla”[2].
In realtà l’imam Khomeini (r.a.), convinto che la rivolta e il martirio del Signore dei Martiri (A) dovesse essere un criterio di condotta sociale per i musulmani, lo ha istituito quale fondamento del proprio movimento durante la Rivoluzione islamica: “Quella condotta del Signore dei Martiri (A), la sua ideologia, la sua via e la sua vittoria e quella dell’Islam dopo il suo martirio … Questa frase educativa è sia un dovere che una lieta novella. Dovere poiché i deboli hanno il dovere di insorgere come il Principe dei Martiri (A) contro gli oppressori ben equipaggiati e maleficamente potenti. Una lieta novella poiché i nostri martiri saranno con i martiri di Karbalà”.
Questa saggia guida durante la guerra imposta disse: “La battaglia di Ashurà, anche se da un punto di vista temporale (durò mezza giornata) fu molto breve, in realtà però, è il più lungo conflitto contro l’oppressione e il male. Fino a quando vi sarà individuo che desideri essere stato a Karbalà, aver aiutato l’imam Husayn (A) ed essere caduto martire (O se fossimo stati con te! Avremmo raggiunto un’immensa vittoria)[3], il fronte di Karbalà sarà attivo e la battaglia di Ashurà viva”[4].
In altre parole, allo stesso modo che l’imam Husayn (A) è l’erede dei profeti Adamo, Abramo, Noè, Mosè, Gesù (A) e Muhammad (S), anche i suoi seguaci sono gli eredi del suo jihad e del martirio e non abbandonano la bandiera di Karbalà. Questo tesoro dello sciismo è un aspetto politico, così come disse l’imam Husayn (A): “Il mio comportamento è per voi un esempio”[5].
Questo punto di vista confuta la teoria secondo cui Karbalà e la rivolta dell’imam Husayn (A) fossero solo un suo specifico dovere che non è da seguire. Uno scrittore scrisse: “Noi siamo sicuri che se l’imam Husayn (A) fosse vissuto ai nostri tempi, avrebbe fatto di al-Quds, del Sud del Libano e di altri territori islamici un secondo Karbalà e si sarebbe comportato come fece con Mu’awiyyah e Yazid”[6].

[1] Alcuni hanno attribuito questa frase all’imam Sadiq (A), senza però citarne la fonte, cfr.: Payam-e Ashurà, Abbasi Azizi, pag. 28; Farhangh-e Ashurà, Javad Mohaddethi, pag. 371. Altri ancora citano tracce da cui si può dedurre che non è un hadìth degli Infallibili (A), cfr.: Majalle-ye ‘Olum-e Hadith, n. 26.
[2] Sahife-ye Nur, vol. 9, pag. 202.
[3] Zyarat dei martiri di Karbalà, Mafatih al-Jinan.
[4] Sahife-ye Nur, vol. 20, pag. 195.
[5] Tarikh Tabari, vol. 4, pag. 304.
[6] Hashim Ma’ruf al-Hasani, al-Intifadhat al-Shi’iyyah, pag. 387.

http://www.islamquest.net/it/archive/question/fa1137

di Enrico Galoppini

torre_babeleChe cosa possono avere in comune una lingua così ‘esotica’ come l’Arabo ed altre a noi più familiari come l’Inglese, il Francese, lo Spagnolo, (talvolta) il Tedesco e, naturalmente, l’Italiano?

Al di là dei “prestiti linguistici” (in ogni direzione) e delle analogie sintattiche (incredibilmente numerose quelle tra l’Arabo e l’Inglese), molto più di quanto comunemente si creda, a patto di non assolutizzare quel confine, potente anche nell’immaginario, tracciato dalle cosiddette “famiglie linguistiche”.

L’Arabo è stato inscritto infatti tra le “lingue semitiche” (al pari dell’Ebraico, dell’Aramaico ecc.), mentre le altre summenzionate sono state assegnate alla famiglia delle “lingue indoeuropee” (lasciando perdere i sottogruppi di entrambe le famiglie).

Le classificazioni, escogitate in un periodo – il Sette-Ottocento – in cui tutto, per gli studiosi occidentali, doveva essere sistematizzato (per meglio essere “controllato”), possono avere la loro utilità, ma è bene evitare di trarne deduzioni forzate e pretestuose, che dal mero campo linguistico finiscono per coinvolgere gli ambiti della psicologia, della sociologia e addirittura della mentalità di un parlante Arabo piuttosto che Inglese, Italiano eccetera.

Con questo non vogliamo dire che le lingue “sono tutte uguali”, con ciò intendendo che una “traduzione” di un vocabolo o di una frase basta ad esprimere tutta la gamma di sensazioni, immagini e concezioni di cui solo una data lingua è veicolo privilegiato a differenza di altre. Ogni lingua, in effetti, è particolarmente adatta per esprimere determinate idee invece che altre.

Talvolta la questione è facile da capire: se l’informatica ha avuto uno sviluppo preponderante negli Stati Uniti, va da sé che l’Inglese ne è il veicolo privilegiato (ciò non toglie che si potrebbe evitare un eccesso di termini inglesi nelle altre lingue); così com’è noto che gli archeologi devono imparare un po’ di Tedesco, mentre i musicisti e professionisti del “bel canto” sarà bene che s’impratichiscano con l’Italiano, se non altro perché nel primo caso molti studi “classici” in materia sono stati redatti nella lingua di Goethe, mentre nel secondo è ancor più risaputo che l’Italia ha dato i natali al fior fiore dei musicisti e dei cantanti d’opera.

Ma qui si tratta ancora di fattori d’ordine storico, sociale, economico ed anche politico a farla da padrona. Mentre vogliamo invece sottolineare un aspetto poco considerato oggi, ovvero la capacità di una lingua di poter esprimere “idee spirituali”, di fungere da sostegno per una ricerca interiore.

Ora, tutti sanno che la lingua del Corano, il testo sacro dell’Islam, è l’Arabo. Dunque, chi vuole penetrare nei significati più reconditi del Libro (con la maiuscola) non può prescindere dall’apprendimento dell’Arabo. Lingua araba e religione dell’Islam sono inscindibilmente correlati.

trombettiMa al di là di tutto questo, vi è, per così dire, a monte, la sensazione di una sorta di “unità d’origine del linguaggio” (v. A. Trombetti, L’unità d’origine del linguaggio, Bologna 1905): se la Verità, da cui promana tutto il resto, è una, anche la lingua non può che essere, originariamente, una.

Ecco che si spiegano così alcune ‘inspiegabili similitudini’ tra vocaboli di lingue appartenenti a “famiglie” diverse che esprimono “idee fondamentali”: all’inglese Earth e al tedesco Erde, fa eco l’arabo Ard; la parola araba Daw’ (“luce”, non quella ‘originaria’, Nûr) è ricollegabile alla stessa radice dei nostri  e DiurnoLugha (“lingua”) ricorda in maniera impressionante LogosSûfiyya (da cui “sufismo”) evoca immediatamente la Sofia, la Divina Saggezza. Il tedesco Zahn (“dente”) ha a che fare con l’arabo Sinn?; strano, ma fino a un certo punto, che “gemello” in arabo si dica taw’am, dalla radice di duetwo ecc.; Jins (“genere”, “sesso”) chissà perché è così simile a Gens e Genus. E come mai gli inglesi chiamano Breakfast (lett. “rottura del digiuno”) la colazione, esattamente come fa l’Arabo scegliendo una radice che implica l’idea di “rottura”, “interruzione”, da cui Iftâr (il pasto che al tramonto segna la fine del quotidiano digiuno di Ramadân) e Futûr (“colazione”)? Hilf (“alleanza”), ha a che fare conHilfen (ted.) e To Help (ing.)? Udhun (orecchio) è completamente estraneo al prefisso oto? La Ka‘ba ricorda poi clamorosamente la parola Cubo, mentre l’arabo Haratha, designando un’attività tra le più antiche volta alla preparazione dei campi, riporta alla mente Arare edAratro. Ha qualche relazione poi l’arabo Kafan (“bara”) con l’inglese CoffinQarn (anche “secolo”) pare inoltre essere collegato al Greco Kronos, mentre è assai curioso confrontare il tedesco Berg (“montagna”) con l’arabo Burj (“torre”); e sempre per scomodare il tedesco desta un certa sorpresa l’assonanza tra War (“guerra”) e HarbCut (“tagliare”, in inglese) potrebbe aver la stessa origine dell’arabo Qata‘a, così come il francese Casser (“rompere”) ricorda straordinariamente l’arabo Kasara, allo stesso modo di Achéter (“acquistare) che fa il pari con l’arabo Ishtarâ. E se l’inglese Cable (“cavo”, “corda”) ricorda ‘arabo Habl (il Corano invita i credenti a tenersi saldi alla “corda di Allâh”), anche Sound (“suono”) potrebbe aver qualche relazione con l’arabo Sawt (“voce”, “volume”).

Ma non è finita qui. L’arabo Rabî‘ (“primavera”), della stessa radice di “quattro” (Arba‘a), potrebbe dirsi così in ragione della dottrina dei cicli cosmici che trova la sua esposizione più chiara nell’Induismo, dove la prima èra, il Krita Yuga, quella di una umanità ancora non corrotta come quella dell’ultima (il Kali Yuga), si chiama così poiché la proporzione tra le quattro ère è appunto quella che intercorre tra 4-3-2-1, col Kali Yuga che dura un quarto rispetto al Krita Yuga, il quale rappresenterebbe la “primavera” delle quattro ‘stagioni’ della presente umanità.

C’è poi la strana faccenda del “coccodrillo”, in Arabo Timsâh, che va sotto una radice tra i cui lemmi troviamo Màssaha e Masîh, rispettivamente “ungere qn.” e “Messia”, cioè “l’Unto del Signore”. Bene, come avveniva l’unzione sacra dei Faraoni d’Egitto? Con un unguento ricavato proprio dal coccodrillo… (e si noti che la forma della parola Timsâh è effettivamente quella di un “nome verbale”, corrispondente al nostro infinito, del verbo arabo Màssaha, pertanto il coccodrillo viene identificato con l’unzione stessa.

Vediamo adesso un’altra di queste ‘inspiegabili’ somiglianze tra vocaboli di lingue assai distanti, secondo la classificazione consolidata; vocaboli, ripeto, esprimenti idee nient’affatto secondarie o accessorie. Prendiamo il concetto di Bar-do, lett. “tra i due”, ovvero lo stato “intermedio” del defunto, prima di una nuova “esistenza”. Tale idea è particolarmente chiara nel cosiddetto “Libro Tibetano dei morti” (Bar-do Thodol), tradotto pressoché in tutte le lingue europee. Bene, la tradizione islamica – e non potrebbe essere diversamente poiché la Tradizione è una – considera un analogo stato “intermedio”, che è quello della Hayât (“vita”) Barzakhiyya, quello dell’anima in attesa del Giudizio. Bàrzakh, in arabo, significa “istmo”, “barriera”, che implicitamente delinea “un di qua” e “un di là”, pertanto è lecito considerare un’origine comune dei due termini che nel Buddismo tibetano e nell’Islam designano questo “stato intermedio”.

Si tratta solo di “prestiti linguistici” (come i più sono indotti a pensare), oppure di semplici, benché notevoli, assonanze? Oppure di qualcos’altro che ci induce a riflettere sull’unità fondamentale non solo dell’origine del linguaggio bensì dell’intera civilizzazione umana?

http://www.ildiscrimine.com/quelle-strane-similitudini-parole-diverse-famiglie-linguistiche/