Salman nacque in un villaggio vicino a Esfahan, in Iran. Il suo nome era Ruzbeh che vuol dire felice. All’epoca i persiani praticavano la religione zoroastriana. Suo padre era il capo del villaggio ed era anche l’uomo più ricco del posto. Egli voleva molto bene a suo figlio e aveva grandi progetti per lui, perciò gli chiese di occuparsi del tempio e di custodire il fuoco affinché non si spegnesse mai. I templi zoroastriani si trovavano su delle alture e un giorno Ruzbeh si mise a contemplare il paesaggio: in lontananza vide una graziosa costruzione e decise di raggiungerla. Si trattava di una chiesa eretta da alcuni monaci per adorarvi Dio. Ruzbeh si mise a parlare con i monaci che gli spiegarono la religione cristiana alla quale si convertì. Per apprendere meglio i principi della sua nuova religione, si recò in Siria dove si stabilì a casa di un prete. Tempo dopo il prete morì e Ruzbeh visse in vari posti fino a giungere ad Ammuriyah dove incontrò un prete molto buono che prima di morire gli disse: “Allah manderà un profeta, che porterà la religione di Ibrahim al-Khalil ed egli emigrerà in un paese con molte palme da dattero”. Ruzbeh gli chiese: “Che segni avrà?” Il prete gli rispose: “Accetterà i doni, ma non l’elemosina. E avrà il segno della profezia in mezzo alle spalle”. Il buon prete morì e Ruzbeh, rimasto solo, pensò di emigrare nella penisola arabica. Un giorno passò una carovana che stava andando nell’Hejaz, egli diede loro tutti i suoi soldi per farsi portare fino alla Mecca. I mercanti presero i suoi soldi e anche la sua libertà, infatti, lo vendettero come schiavo a un ebreo. Ruzbeh era molto triste per questa mancanza di lealtà, ma fu paziente e iniziò a lavorare nella tenuta del suo padrone.

Una mattina, un cugino del padrone venne a trovarlo e nel vedere che Ruzbeh era un gran lavoratore gli chiese di venderglielo. Ruzbeh era molto felice, poiché il cugino viveva a Medina: il luogo pieno di palme da dattero descritto dal prete. Un giorno Ruzbeh sentì il suo nuovo padrone raccontare a un amico che Muhammad (saw) era arrivato a Quba, dove era stato ricevuto da alcuni abitanti di Medina.

Ruzbeh tutto contento per quella notizia aspettò la sera, e quando fu buio, prese alcuni datteri e si allontanò di nascosto. Arrivato a Quba, che non era molto distante da Medina, andò dal Profeta (saw) e gli disse: “Ho sentito che sei un brav’uomo e che ci sono degli stranieri con te, perciò ti ho portato questi datteri come elemosina”.

Il Profeta (saw) distribuì i datteri ai suoi compagni ma lui non ne mangiò nessuno. Ruzbeh pensò: “Questo è il primo segno”. Il giorno seguente si presentò di nuovo con dei datteri dicendo che erano un regalo, il Profeta (saw) li accettò con gratitudine, li distribuì ai suoi compagni e anche lui ne mangiò alcuni. Ruzbeh pensò: “Questo è il secondo segno”. Due dei segni della profezia erano presenti, come verificare il terzo? Infatti, il Profeta (saw) indossava i suoi abiti e Ruzbeh non poteva vedere se c’era il segno della profezia in mezzo alle spalle. Il Messaggero di Dio (saw), conscio di ciò che lo schiavo cristiano stava pensando, fece un sorriso, si alzò e si scoprì una parte delle spalle per mostrargli il segno della profezia. Ruzbeh, nel vederlo, s’inginocchiò davanti all’ultimo Profeta di Dio (saw), gli baciò le mani e pianse dalla felicità.

Egli si convertì all’Islam e il Profeta (saw) lo chiamò Salman. Poiché l’Islam è venuto per liberare l’uomo dalla schiavitù di un altro uomo, il Profeta (saw) disse ai suoi compagni di aiutare Salman a riacquistare la sua libertà. Il padrone ebreo era disposto a liberare Salman ma in cambio voleva che piantasse tremila palme da dattero. I fratelli musulmani procurarono le piantine e il Profeta (saw) iniziò a piantarle: attaccarono tutte e così Salman fu di nuovo libero. Nell’anno 5 dell’Egira durante il sacro mese di Ramadan, i musulmani vennero a sapere che i politeisti avevano intenzione di invadere Medina. Quando un problema si presentava ai musulmani, il nostro Profeta (saw) consultava sempre i suoi compagni per trovare una soluzione, anche in quest’occasione si riunirono nella moschea del Profeta (saw) per scambiarsi opinioni. La nuova invasione era molto pericolosa poiché il numero dei musulmani era notevolmente inferiore ai combattenti miscredenti, che possedevano anche vari tipi di armi. Inoltre gli ipocriti diffondevano sempre notizie allarmanti tanto per spaventare la gente. Mentre i musulmani discutevano, Salman si alzò e disse: “Apostolo di Allah, in Persia, quando un nemico voleva attaccare, noi scavavamo un fossato”. Nonostante la proposta di Salman avesse sorpreso i musulmani che non avevano mai sentito parlare di questo tipo di difesa, sia loro sia il Profeta (saw) accettarono volentieri questa proposta. Il giorno successivo i musulmani si presentarono con gli attrezzi per scavare così da terminare il lavoro in tempo. Era inverno, tirava un vento freddo ed erano a digiuno, nondimeno lavoravano con entusiasmo e ignoravano le dicerie degli ipocriti. Anche il Profeta (saw) partecipava attivamente ai lavori, incoraggiava i suoi compagni e invocava: “Allah Tu ci hai guidato e ci hai fatto donare l’elemosina ed eseguire la preghiera, allora concedici la pazienza e sostienici quando incontriamo il nostro nemico!”. Durante i lavori s’imbatterono in una roccia, sia Salman sia gli altri compagni tentarono di frantumarla ma non vi riuscirono. Allora Salman si avvicinò al Profeta (saw) per chiedergli di cambiare la direzione del fossato. Il Profeta (saw) prese il piccone da Salman, entrò nel fossato e chiese ad alcuni musulmani di portargli dell’acqua. Il Profeta versò l’acqua sulla roccia, strinse il piccone e disse: “Nel nome di Allah”, colpì la roccia e ne staccò un terzo. Il Profeta esclamò: “Dio è grande! Mi sono state consegnate le chiavi di Sham! Per Allah, riesco a vedere i suoi palazzi!”. Il Profeta colpì di nuovo la roccia, ne staccò un altro terzo e disse: “Dio è grande! Mi sono state consegnate le chiavi di Persia! Per Allah, riesco a vedere i palazzi di Al-Madain!”. Poi colpì per l’ultima volta, sbriciolò la roccia rimasta e disse: “Dio è grande! Mi sono state consegnate le chiavi dello Yemen. Per Allah, riesco a vedere le porte di Sana!”. I musulmani esultarono alla vittoria di Allah, ma gli ipocriti iniziarono a ridere dei credenti e chiesero: “Come farete a conquistare la Persia, l’Impero Romano e lo Yemen se siete qui a scavare il fossato?”. Ma i credenti non dubitavano della vittoria di Allah, poiché Egli la concede ai Suoi servi sinceri. Proseguirono gli scavi per un mese, impegnandosi di giorno e di notte. A Medina intanto immagazzinavano i raccolti per sopravvivere in caso di assedio. L’esercito nemico con a capo Abu Sufyan giunse a Medina e nell’avvistare il fossato si stupirono poiché gli arabi non conoscevano questa tecnica e capirono che era un’idea di Salman. Essi assediarono Medina e cercarono invano un modo per attraversare il fossato. Durante l’assedio ci fu uno scambio di frecce tra i due eserciti; un giorno i politeisti riuscirono ad attraversare il fossato e si trovarono di fronte ai musulmani. Il Profeta (saw) ordinò ai suoi combattenti di fermare i miscredenti e l’imam Alì (a.s.) affrontò Amru bin Abdi-Wud, un eroe dei politeisti. Il Profeta invocò Allah dicendo: “Oggi il credo ha iniziato a combattere l’ateismo”. Il musulmano sconfisse il nemico e i credenti gridarono: “Allahu akbar, Allahu akbar!”. I politeisti non ce la facevano ad attraversare il fossato e l’assedio si stava prolungando, così Allah concesse una vittoria ai credenti: iniziò a soffiare un forte vento che sradicò le tende del nemico. I miscredenti erano ormai stanchi dell’assedio e Abu Sufyan decise di ritirare i suoi guerrieri. L’indomani, il Profeta (saw) mandò un compagno al fronte nemico affinché gli portasse delle informazioni. Egli tornò con la bella notizia della vittoria e ringraziarono Allah per questo. L’assedio era durato un mese. Dopo la vittoria, i musulmani si riunirono nella moschea del Profeta. Guardavano Salman con grande affetto e rispetto poiché grazie al suo piano aveva salvato Medina e l’Islam dagli invasori. Per questo motivo gli Ansar di Medina dicevano che Salman era uno di loro e i Muhajirin dicevano che invece era uno di loro, ma il Profeta (saw) dichiarò: “Salman è uno della mia Ahlulbayt, non chiamatelo Salman al Farsi, bensì Salman al Muhammadi”. Salman partecipò a tutte le battaglie dei musulmani, fu un credente sincero e fedele, il Profeta (saw) diceva di lui: “Il Paradiso desidera tre persone: Alì, Ammar e Salman”. Abu Sufyan che passava da quelle parti, nel vedere queste tre persone insieme si mise a ridere poiché considerava gli arabi migliori degli altri. Ma il Profeta affermò: “Non c’è differenza tra un arabo e uno straniero tranne che nel timor di Dio!”. Una volta Salman era seduto in moschea e alcuni arabi si vantavano di discendere da questa o quella tribù, poi chiesero a Salman a quale tribù appartenesse, ma lui insegnò loro una bella lezione e disse: “Io sono figlio dell’Islam. Ero perso e allora Allah mi ha guidato tramite Muhammad. Ero povero e allora Allah mi ha arricchito con Muhammad. Ero uno schiavo e allora Allah mi ha liberato tramite Muhammad. Questa è la mia tribù”. L’imam Alì (a.s.) diceva di lui: “Salman è un membro della famiglia del Profeta. Egli è come Luqman il saggio. Ha letto il primo libro e l’ultimo cioè la Bibbia e il santo Corano”. Quando ci furono le battaglie contro l’impero persiano, Salman fu in prima linea e fungeva anche da interprete, così conquistarono la città di al Madain senza spargimento di sangue e per questo motivo fu nominato governatore. Era un esempio per tutti i governanti musulmani, tutto il suo stipendio di 5000 dirham lo donava ai poveri e lui conduceva una vita semplice. Comprava le foglie di palma per un dirham e con queste intrecciava dei cestini che poi rivendeva a tre dirham: un dirham lo spendeva per la sua famiglia, uno lo donava ai poveri e con il terzo ricomprava le foglie di palma. Il suo abbigliamento era semplice, infatti, quando lo vedevano gli stranieri, lo scambiavano per un povero. Un giorno stava camminando nel bazar e un uomo gli ordinò di portargli i suoi bagagli, Salman ubbidì. Lungo la strada, le persone salutavano Salman con grande rispetto, l’uomo s’insospettì e chiese spiegazioni ai passanti. Gli risposero che era Salman al Muhammadi il compagno dell’Apostolo di Allah e l’emiro di al-Madain. L’uomo fu sorpreso e si scusò con Salman e gli disse di metter giù il bagaglio ma Salman rifiutò. Dopo la conquista di al-Madain i musulmani cercarono un posto adatto a viverci, così Salman e Hudhayfa si misero alla ricerca di un luogo idoneo. Scelsero la zona di Kufa, vi recitarono alcune preghiere e così quel giorno fu fondata Kufa che in seguito divenne la capitale del governo islamico e un centro di studi e scienze. Dopo il califfato di Uthman, Salman si recò a Medina per visitare la tomba del Profeta, dopodiché partecipò a un altro jihad in Turchia, comportandosi da eroe. Salman divenne molto vecchio e invalido, i musulmani pregavano per la sua guarigione. Una mattina Salman chiese a sua moglie di portargli un pacchetto, lei gli chiese cosa contenesse e lui spiegò: “Il caro Apostolo di Allah mi disse: – Quando giungerà la morte, alcune persone verranno da te, a loro piace il profumo ma non mangiano cibo”. Salman aprì il pacchetto e lo spruzzò d’acqua, un dolce profumo si diffuse per la stanza, poi Salman chiese alla moglie di aprire la porta, passarono pochi istanti e Salman chiuse gli occhi e spirò. La sua tomba si trova ad al-Madain, dove era chiamato Salman Pak che in persiano significa puro.