Quando Allah ordinò al santo Profeta (S) e a tutti i musulmani di recitare le preghiere obbligatorie, come direzione fu loro indicato di volgersi verso Bayt al-muqaddas che si trova a Gerusalemme in Palestina. Questa direzione fu rispettata e mantenuta dai credenti sia alla Mecca, sia a Medina fino al diciassettesimo mese dopo l’Egira.

A Medina anche i giudei dicevano le loro preghiere rivolti verso Bayt al-muqaddas. A loro non faceva piacere che i musulmani avessero la stessa qiblah dei giudei e utilizzarono tale questione per denigrare l’Islam e il santo Profeta (S). Essi dicevano ai musulmani: “Muhammad dichiara di avere una religione la cui legge sostituisce tutte le leggi precedenti, tuttavia non ha una qiblah propria e offre le sue preghiere in direzione della qiblah dei giudei”.

Dopo quest’affermazione, il Profeta di Allah (s) usciva ogni notte e scrutava il cielo in attesa di una rivelazione divina; fu quindi rivelato questo versetto:

“Abbiamo invero visto il volgersi del tuo viso in cielo {in attesa della rivelazione}. Ebbene, ti volgeremo verso una qiblah della quale sarai soddisfatto …” (2:144)

Il fatto che la qiblah fosse la stessa dei giudei era anche per mettere alla prova la fede delle genti, per vedere se avrebbero rifiutato o ritardato di volgersi verso la nuova qiblah scelta da Allah. Il seguente versetto del sacro Corano conferma quanto abbiamo appena detto:

“… Non abbiamo stabilito la qiblah che avevi {Città Santa} se non per distinguere coloro che seguono il Messaggero da coloro che si ‘girano sui propri tacchi’ {si rifiutano di seguirlo}. In verità, questa fu una dura prova, salvo che per quelli che Allah ha guidato …” (2:143)

Un giorno, mentre il santo Profeta (S) e i musulmani stavano pregando insieme, discese l’ordine di Allah di cambiare la qiblah spostandola da Bayt al-muqaddas verso la Ka’bah situata alla Mecca. L’ordine divino giunse tramite l’angelo Gabriele dopo che il santo Profeta (S) aveva già recitato due raka’h della preghiera del mezzogiorno.

L’angelo prese la mano del Profeta (S) e lo girò verso la sacra Ka’bah situata nella Masjid al-Haram alla Mecca. Il santo Profeta (S) immediatamente cambiò la direzione durante la preghiera e l’Imam Alì (A) seguì prontamente questo cambiamento. Gli altri musulmani erano rimasti confusi da quest’azione e solo pochi seguirono l’esempio dell’Imam Alì (A).

La moschea dove ciò accadde è nota come ‘Masjid al-Qiblatayn’ che significa ‘la moschea con due qiblah’, questa moschea esiste tuttora a Medina e vi si può ancora vedere la vecchia e la nuova qiblah.

La nuova qiblah verso la Mecca si trova a circa 45 gradi a sud di Medina. Fu uno dei miracoli del santo Profeta (S) il volgersi verso la sacra Ka’bah senza esitazione e senza l’uso di calcoli o strumenti scientifici.

Si sentì bussare alla porta, l’uomo senza forze disse con voce flebile: “Stanno bussando alla porta, andate a vedere chi è, io sto morendo dal dolore!”. La moglie si avvicinò alla porta e alcuni istanti dopo ritornò emozionata, gli occhi splendenti di felicità. Disse al marito: “Alzati! È venuto a trovarti il Profeta (S)”. L’uomo tentò di sollevarsi, ma non ci riuscì: ricadde nel letto. Il Profeta (S) entrò in casa e si recò nella stanza dove giaceva l’ammalato, lo salutò e si sedette accanto a lui. L’uomo cercò di nuovo di alzarsi ma senza successo. La fronte gli s’imperlò di sudore e lamentandosi sospirò: “O Dio, mandami la morte!”. Il Profeta (S) guardò il viso smorto dell’uomo, gli appoggiò la mano sulla fronte chiedendogli come stava e pregò per la sua guarigione. Gli occhi dell’ammalato si riempirono di lacrime e un nodo gli stringeva la gola: mai avrebbe pensato che il Profeta (S) sarebbe venuto a visitarlo. Osservò il viso cordiale del santo Profeta (S), il quale gentilmente gli disse: “Non augurarti mai la morte. Se sei un uomo probo [con l’allungarsi della tua vita] potrai fare più azioni buone e se sei un peccatore, con il ritardarsi della morte, avrai più tempo per pentirti e fare delle buone azioni”. L’uomo non sapeva cosa dire, fissava il Profeta (S). Sentiva un senso di pace, sembrava che dell’acqua fresca avesse spento l’incendio dei suoi dolori.

(Racconto ispirato dall’hadith presente nel Wasa’il al-Shi’ah, vol. 2  dell’edizione da 30 voll., pag. 449)

Salman nacque in un villaggio vicino a Esfahan, in Iran. Il suo nome era Ruzbeh che vuol dire felice. All’epoca i persiani praticavano la religione zoroastriana. Suo padre era il capo del villaggio ed era anche l’uomo più ricco del posto. Egli voleva molto bene a suo figlio e aveva grandi progetti per lui, perciò gli chiese di occuparsi del tempio e di custodire il fuoco affinché non si spegnesse mai. I templi zoroastriani si trovavano su delle alture e un giorno Ruzbeh si mise a contemplare il paesaggio: in lontananza vide una graziosa costruzione e decise di raggiungerla. Si trattava di una chiesa eretta da alcuni monaci per adorarvi Dio. Ruzbeh si mise a parlare con i monaci che gli spiegarono la religione cristiana alla quale si convertì. Per apprendere meglio i principi della sua nuova religione, si recò in Siria dove si stabilì a casa di un prete. Tempo dopo il prete morì e Ruzbeh visse in vari posti fino a giungere ad Ammuriyah dove incontrò un prete molto buono che prima di morire gli disse: “Allah manderà un profeta, che porterà la religione di Ibrahim al-Khalil ed egli emigrerà in un paese con molte palme da dattero”. Ruzbeh gli chiese: “Che segni avrà?” Il prete gli rispose: “Accetterà i doni, ma non l’elemosina. E avrà il segno della profezia in mezzo alle spalle”. Il buon prete morì e Ruzbeh, rimasto solo, pensò di emigrare nella penisola arabica. Un giorno passò una carovana che stava andando nell’Hejaz, egli diede loro tutti i suoi soldi per farsi portare fino alla Mecca. I mercanti presero i suoi soldi e anche la sua libertà, infatti, lo vendettero come schiavo a un ebreo. Ruzbeh era molto triste per questa mancanza di lealtà, ma fu paziente e iniziò a lavorare nella tenuta del suo padrone.

Una mattina, un cugino del padrone venne a trovarlo e nel vedere che Ruzbeh era un gran lavoratore gli chiese di venderglielo. Ruzbeh era molto felice, poiché il cugino viveva a Medina: il luogo pieno di palme da dattero descritto dal prete. Un giorno Ruzbeh sentì il suo nuovo padrone raccontare a un amico che Muhammad (saw) era arrivato a Quba, dove era stato ricevuto da alcuni abitanti di Medina.

Ruzbeh tutto contento per quella notizia aspettò la sera, e quando fu buio, prese alcuni datteri e si allontanò di nascosto. Arrivato a Quba, che non era molto distante da Medina, andò dal Profeta (saw) e gli disse: “Ho sentito che sei un brav’uomo e che ci sono degli stranieri con te, perciò ti ho portato questi datteri come elemosina”.

Il Profeta (saw) distribuì i datteri ai suoi compagni ma lui non ne mangiò nessuno. Ruzbeh pensò: “Questo è il primo segno”. Il giorno seguente si presentò di nuovo con dei datteri dicendo che erano un regalo, il Profeta (saw) li accettò con gratitudine, li distribuì ai suoi compagni e anche lui ne mangiò alcuni. Ruzbeh pensò: “Questo è il secondo segno”. Due dei segni della profezia erano presenti, come verificare il terzo? Infatti, il Profeta (saw) indossava i suoi abiti e Ruzbeh non poteva vedere se c’era il segno della profezia in mezzo alle spalle. Il Messaggero di Dio (saw), conscio di ciò che lo schiavo cristiano stava pensando, fece un sorriso, si alzò e si scoprì una parte delle spalle per mostrargli il segno della profezia. Ruzbeh, nel vederlo, s’inginocchiò davanti all’ultimo Profeta di Dio (saw), gli baciò le mani e pianse dalla felicità.

Egli si convertì all’Islam e il Profeta (saw) lo chiamò Salman. Poiché l’Islam è venuto per liberare l’uomo dalla schiavitù di un altro uomo, il Profeta (saw) disse ai suoi compagni di aiutare Salman a riacquistare la sua libertà. Il padrone ebreo era disposto a liberare Salman ma in cambio voleva che piantasse tremila palme da dattero. I fratelli musulmani procurarono le piantine e il Profeta (saw) iniziò a piantarle: attaccarono tutte e così Salman fu di nuovo libero. Nell’anno 5 dell’Egira durante il sacro mese di Ramadan, i musulmani vennero a sapere che i politeisti avevano intenzione di invadere Medina. Quando un problema si presentava ai musulmani, il nostro Profeta (saw) consultava sempre i suoi compagni per trovare una soluzione, anche in quest’occasione si riunirono nella moschea del Profeta (saw) per scambiarsi opinioni. La nuova invasione era molto pericolosa poiché il numero dei musulmani era notevolmente inferiore ai combattenti miscredenti, che possedevano anche vari tipi di armi. Inoltre gli ipocriti diffondevano sempre notizie allarmanti tanto per spaventare la gente. Mentre i musulmani discutevano, Salman si alzò e disse: “Apostolo di Allah, in Persia, quando un nemico voleva attaccare, noi scavavamo un fossato”. Nonostante la proposta di Salman avesse sorpreso i musulmani che non avevano mai sentito parlare di questo tipo di difesa, sia loro sia il Profeta (saw) accettarono volentieri questa proposta. Il giorno successivo i musulmani si presentarono con gli attrezzi per scavare così da terminare il lavoro in tempo. Era inverno, tirava un vento freddo ed erano a digiuno, nondimeno lavoravano con entusiasmo e ignoravano le dicerie degli ipocriti. Anche il Profeta (saw) partecipava attivamente ai lavori, incoraggiava i suoi compagni e invocava: “Allah Tu ci hai guidato e ci hai fatto donare l’elemosina ed eseguire la preghiera, allora concedici la pazienza e sostienici quando incontriamo il nostro nemico!”. Durante i lavori s’imbatterono in una roccia, sia Salman sia gli altri compagni tentarono di frantumarla ma non vi riuscirono. Allora Salman si avvicinò al Profeta (saw) per chiedergli di cambiare la direzione del fossato. Il Profeta (saw) prese il piccone da Salman, entrò nel fossato e chiese ad alcuni musulmani di portargli dell’acqua. Il Profeta versò l’acqua sulla roccia, strinse il piccone e disse: “Nel nome di Allah”, colpì la roccia e ne staccò un terzo. Il Profeta esclamò: “Dio è grande! Mi sono state consegnate le chiavi di Sham! Per Allah, riesco a vedere i suoi palazzi!”. Il Profeta colpì di nuovo la roccia, ne staccò un altro terzo e disse: “Dio è grande! Mi sono state consegnate le chiavi di Persia! Per Allah, riesco a vedere i palazzi di Al-Madain!”. Poi colpì per l’ultima volta, sbriciolò la roccia rimasta e disse: “Dio è grande! Mi sono state consegnate le chiavi dello Yemen. Per Allah, riesco a vedere le porte di Sana!”. I musulmani esultarono alla vittoria di Allah, ma gli ipocriti iniziarono a ridere dei credenti e chiesero: “Come farete a conquistare la Persia, l’Impero Romano e lo Yemen se siete qui a scavare il fossato?”. Ma i credenti non dubitavano della vittoria di Allah, poiché Egli la concede ai Suoi servi sinceri. Proseguirono gli scavi per un mese, impegnandosi di giorno e di notte. A Medina intanto immagazzinavano i raccolti per sopravvivere in caso di assedio. L’esercito nemico con a capo Abu Sufyan giunse a Medina e nell’avvistare il fossato si stupirono poiché gli arabi non conoscevano questa tecnica e capirono che era un’idea di Salman. Essi assediarono Medina e cercarono invano un modo per attraversare il fossato. Durante l’assedio ci fu uno scambio di frecce tra i due eserciti; un giorno i politeisti riuscirono ad attraversare il fossato e si trovarono di fronte ai musulmani. Il Profeta (saw) ordinò ai suoi combattenti di fermare i miscredenti e l’imam Alì (a.s.) affrontò Amru bin Abdi-Wud, un eroe dei politeisti. Il Profeta invocò Allah dicendo: “Oggi il credo ha iniziato a combattere l’ateismo”. Il musulmano sconfisse il nemico e i credenti gridarono: “Allahu akbar, Allahu akbar!”. I politeisti non ce la facevano ad attraversare il fossato e l’assedio si stava prolungando, così Allah concesse una vittoria ai credenti: iniziò a soffiare un forte vento che sradicò le tende del nemico. I miscredenti erano ormai stanchi dell’assedio e Abu Sufyan decise di ritirare i suoi guerrieri. L’indomani, il Profeta (saw) mandò un compagno al fronte nemico affinché gli portasse delle informazioni. Egli tornò con la bella notizia della vittoria e ringraziarono Allah per questo. L’assedio era durato un mese. Dopo la vittoria, i musulmani si riunirono nella moschea del Profeta. Guardavano Salman con grande affetto e rispetto poiché grazie al suo piano aveva salvato Medina e l’Islam dagli invasori. Per questo motivo gli Ansar di Medina dicevano che Salman era uno di loro e i Muhajirin dicevano che invece era uno di loro, ma il Profeta (saw) dichiarò: “Salman è uno della mia Ahlulbayt, non chiamatelo Salman al Farsi, bensì Salman al Muhammadi”. Salman partecipò a tutte le battaglie dei musulmani, fu un credente sincero e fedele, il Profeta (saw) diceva di lui: “Il Paradiso desidera tre persone: Alì, Ammar e Salman”. Abu Sufyan che passava da quelle parti, nel vedere queste tre persone insieme si mise a ridere poiché considerava gli arabi migliori degli altri. Ma il Profeta affermò: “Non c’è differenza tra un arabo e uno straniero tranne che nel timor di Dio!”. Una volta Salman era seduto in moschea e alcuni arabi si vantavano di discendere da questa o quella tribù, poi chiesero a Salman a quale tribù appartenesse, ma lui insegnò loro una bella lezione e disse: “Io sono figlio dell’Islam. Ero perso e allora Allah mi ha guidato tramite Muhammad. Ero povero e allora Allah mi ha arricchito con Muhammad. Ero uno schiavo e allora Allah mi ha liberato tramite Muhammad. Questa è la mia tribù”. L’imam Alì (a.s.) diceva di lui: “Salman è un membro della famiglia del Profeta. Egli è come Luqman il saggio. Ha letto il primo libro e l’ultimo cioè la Bibbia e il santo Corano”. Quando ci furono le battaglie contro l’impero persiano, Salman fu in prima linea e fungeva anche da interprete, così conquistarono la città di al Madain senza spargimento di sangue e per questo motivo fu nominato governatore. Era un esempio per tutti i governanti musulmani, tutto il suo stipendio di 5000 dirham lo donava ai poveri e lui conduceva una vita semplice. Comprava le foglie di palma per un dirham e con queste intrecciava dei cestini che poi rivendeva a tre dirham: un dirham lo spendeva per la sua famiglia, uno lo donava ai poveri e con il terzo ricomprava le foglie di palma. Il suo abbigliamento era semplice, infatti, quando lo vedevano gli stranieri, lo scambiavano per un povero. Un giorno stava camminando nel bazar e un uomo gli ordinò di portargli i suoi bagagli, Salman ubbidì. Lungo la strada, le persone salutavano Salman con grande rispetto, l’uomo s’insospettì e chiese spiegazioni ai passanti. Gli risposero che era Salman al Muhammadi il compagno dell’Apostolo di Allah e l’emiro di al-Madain. L’uomo fu sorpreso e si scusò con Salman e gli disse di metter giù il bagaglio ma Salman rifiutò. Dopo la conquista di al-Madain i musulmani cercarono un posto adatto a viverci, così Salman e Hudhayfa si misero alla ricerca di un luogo idoneo. Scelsero la zona di Kufa, vi recitarono alcune preghiere e così quel giorno fu fondata Kufa che in seguito divenne la capitale del governo islamico e un centro di studi e scienze. Dopo il califfato di Uthman, Salman si recò a Medina per visitare la tomba del Profeta, dopodiché partecipò a un altro jihad in Turchia, comportandosi da eroe. Salman divenne molto vecchio e invalido, i musulmani pregavano per la sua guarigione. Una mattina Salman chiese a sua moglie di portargli un pacchetto, lei gli chiese cosa contenesse e lui spiegò: “Il caro Apostolo di Allah mi disse: – Quando giungerà la morte, alcune persone verranno da te, a loro piace il profumo ma non mangiano cibo”. Salman aprì il pacchetto e lo spruzzò d’acqua, un dolce profumo si diffuse per la stanza, poi Salman chiese alla moglie di aprire la porta, passarono pochi istanti e Salman chiuse gli occhi e spirò. La sua tomba si trova ad al-Madain, dove era chiamato Salman Pak che in persiano significa puro.

Un uomo giunse alla casa del Profeta (S), bussò alla porta e attese. Il cuore gli batteva forte. Non sapeva chi gli avrebbe aperto, forse il Profeta (S), forse sua moglie o forse…, non aveva ancora finito con i suoi forse che si aprì la porta. Ai suoi occhi apparve il viso del Profeta (S), lo salutò ed egli gli rispose gentilmente. Era andato dal Profeta (S) per porgli delle domande e con l’intenzione di andarsene alla svelta, per non disturbarlo troppo. Notò che il Profeta (S) indossava un bel mantello giallo. Fissava il suo mantello: qualcosa si muoveva sotto le ascelle del Profeta (S), ma era nascosta dai lembi del mantello.
Finite le sue domande, stava per andarsene, ma voleva chiedere ancora una cosa e non trovava il coraggio per farlo. Finalmente si decise:
“O Profeta di Allah, cosa nascondi sotto il mantello?”.
All’improvviso sentì delle risa infantili, poi vide due testoline spuntare da sotto il mantello; lo salutarono. Sorpreso chiese al Profeta (saw):
“Hai nascosto Hassan e Hussayn sotto il mantello?”.
I piccolini risero di nuovo, sembrava si stessero divertendo un mondo a giocare a nascondino sotto il mantello del nonno. L’uomo salutò il Profeta (S) e se ne andò. Lungo la strada sentiva ancora il calore delle mani del Profeta (S) nelle sue mani e udiva ancora la sua voce celestiale:
“Essi sono figli miei e sono i figli di mia figlia Fatima. Io li amo e amo chiunque li ami”.
Ora capiva perché i bambini di Medina erano così affezionati al Profeta (S).
(Biharu-l’anwar, vol. 43, pag 280)

I compagni del Profeta (S) erano in piedi sotto un albero: osservavano i rami con le loro foglie verdi e rigogliose mostrandosele a vicenda. Lo sguardo del Profeta (S) si posò su un ramo rinsecchito, si mise a pensare e delle lacrime sgorgarono dai suoi occhi. Gli sarebbe piaciuto vedere tutto verde e rigoglioso. Con delicatezza prese un’estremità del ramo secco e fece scivolare la sua mano su di esso; così facendo le foglie appassite caddero per terra, rimase solo il ramo spoglio.

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Il Profeta si girò verso i suoi compagni: “Non mi chiedete perché l’ho fatto?”. Tutti iniziarono a riflettere, ma nessuno rispose. Il Profeta (S) spiegò: “Ogni qualvolta uno si alzi per la preghiera, esegua in modo corretto il wudhù e le cinque preghiere, i suoi peccati cadranno da lui così come sono cadute per terra le foglie di questo ramo”. Dalla moschea giunse una voce tranquillizzante. A questo punto i compagni del Profeta (S) pensarono a una cosa sola!
(Hurr ‘Amili Wasa’il al-Shi’ah da 29 volumi, vol. 4, pag. 103)

I politeisti della Mecca importunavano spesso il nobile Muhammad (saw) e tra loro vi era un uomo ebreo che ogni giorno raccoglieva la cenere del fuoco in una bacinella.
Poi con quella bacinella saliva sul tetto della propria casa e aspettava che il santo Profeta (saw) passasse da quelle parti per versargli la cenere in testa.
Il profeta Muhammad (saw) era però molto paziente e non si irritava mai per questo gesto così spregevole; si puliva la testa, scuoteva la cenere dagli abiti e proseguiva per la sua strada.
Pur sapendo che passando da quella via , l’uomo gli avrebbe versato la cenere in testa, il santo Profeta (saw) nondimeno vi passava tutti i giorni.
Un giorno, il santo Profeta (saw) passò di nuovo davanti alla casa dell’uomo, ma questa volta non era lì ad aspettarlo con la sua bacinella piena di cenere. Allora si fermò e chiese ad un vicino come mai non ci fosse l’uomo. Il vicino gli spiegò che era a letto ammalato, allora il Profeta (saw) decise d’andare a trovarlo, poiché è bene visitare gli ammalati.
Con espressione gentile il Profeta (saw) si presentò all’uomo e lo trattò come uno dei suoi compagni chiedendogli come stava e pregando per la sua guarigione.
L’uomo era molto dispiaciuto e si vergognava per come si era comportato nei confronti del santo Profeta (saw). Grazie alle buone maniere del Profeta (saw) divenne musulmano e chiese al Profeta (saw) di pregare per lui affinché Allah lo perdonasse.
I ramoscelli e i peccati minori

Il profeta Muhammad (saw) e alcuni suoi compagni stavano attraversando il deserto sotto il sole rovente.
Dopo aver camminato per alcune ore cominciavano a sentire la stanchezza, allora il Profeta (saw) decise di fermarsi in un posto per riposare.
Ai suoi compagni disse: “Dobbiamo raccogliere della legna”.
Uno dei compagni, sorpreso da quest’ordine obiettò: “Legna?!! O Profeta di Allah, in questo deserto secco e senz’acqua dove non cresce nemmeno un filo d’erba, non può esserci della legna!”.
Il Profeta (saw) gli rispose: “Ognuno raccolga ciò che riesce a trovare, anche i ramoscelli e i bastoncini più piccoli”.
Ogni compagno s’incamminò in una direzione diversa per raccogliere la legna e così fece anche il Profeta (saw).
Uno dei compagni vide che in lontananza vi erano dei ramoscelli perciò si allontanò per andare a raccoglierli.
Dopo che tutti ebbero raccolto un po’ di ramoscelli, si ritrovarono nel luogo dove si erano fermati per riposare. Il Profeta disse loro: “Miei cari, accatastate tutti i ramoscelli”. I compagni fecero come aveva detto e uno di essi fece notare: “Quanta legna! Non avrei mai immaginato che saremmo riusciti a raccoglierne così tanta”. Il nobile Profeta (saw) spiegò ai suoi compagni: “Anche i peccati si accumulano in questo modo, all’inizio ci sembrano piccoli, ma poi, dopo un po’ di tempo, all’improvviso vi rendete conto di aver commesso tanti peccati che nemmeno immaginavate. Dovete evitare di commettere anche quei peccati che sembrano piccoli ed insignificanti, e non dimenticate che Allah è testimone di tutte le nostre azioni”.

Dall’alto di una collina un uomo incominciò a gridare: “Venite gente, accorrete, ho un messaggio per voi”. Tutti gli si avvicinarono e cominciò a parlare: “Gente, concittadini, parenti e amici! Tutti mi conoscete bene e sapete che potete fidarvi di me, non è vero?”. Tutti confermarono le sue parole. Egli proseguì: “O gente, sono stato mandato da Dio l’Unico e l’Assoluto per portarvi un messaggio”.
“Qual è questo messaggio, Muhammad?” chiese uno della folla.
Il messaggio consisteva nel dichiarare che non vi è dio tranne Allah, di non adorare idoli, di non associare alcuno ad Allah, di non obbedire i tiranni, di non essere ingiusti gli uni verso gli altri e di essere nemici dell’ingiustizia e degli oppressori. Ecco come ci si deve comportare per essere liberi e vivere dignitosamente in questo mondo e guadagnarsi il Paradiso nell’altro. Questo era il messaggio che Muhammad (saw) stava trasmettendo alla folla, però molti gli impedirono di finire il discorso. Alcuni erano pensierosi e riflettevano sulle sue parole, altri invece, tra cui i nobili e i tiranni della Mecca erano irritati e lo deridevano.
Un giorno un gruppo di nobili meccani si recò alla casa di Abu Talib, lo zio del Profeta. Era un uomo anziano e capo della sua tribù, tutti lo rispettavano. Gli dissero: “Sai che cosa dice tuo nipote? Dice a tutti di non adorare gli idoli, ma di credere in un unico Dio. Devi dirgli di smetterla, altrimenti qualcuno potrebbe ucciderlo. Prova a parlargli”.
Abu Talib invitò il nipote a casa sua e disse: “Sai che cosa sono venuti a riferirmi i capi della città? Che cosa racconti alla gente?”.

Muhammad (saw) rispose: “Mio caro zio, Dio mi ha scelto come Suo messaggero. Mi ha dato un messaggio per allontanare la gente dalla corruzione e dal degrado morale. Mi ha inviato questo messaggio per invitare la gente ad adorare l’unico Dio e impedire loro di adorare gli idoli e subire l’oppressione”. Abu Talib ascoltò le parole del nipote, gli credette e disse: “Sai che volevano che io ti impedissi di parlare?”. Senza esitare il Profeta rispose: “Mai disubbidirò all’ordine divino bensì continuerò ad invitare la gente al Dio unico. Caro zio, giuro su Allah, che se anche mi offrissero il sole nella mano destra e la luna nella mano sinistra e in più mi donassero tutte le ricchezze e le bellezze di questo mondo, mai rinuncerei alla missione che Allah mi ha affidato!”.
Abu Talib rifletté un momento e infine gli disse: “Qualsiasi missione Dio ti abbia affidato, ubbidisciGli! Avrai sempre il mio sostegno”.

Il Santo Profeta Muhammad (saw) e la carovana dei Quraish.
Muhammad (saw) era un bambino di otto anni quando suo nonno Abdul Muttalib morì.

Prima di morire, il nonno lo affidò a suo figlio Abu Talib raccomandandogli di trattarlo bene e di proteggerlo poiché era orfano e anche perché in futuro avrebbe ricoperto un ruolo molto importante. Abu Talib seguì i consigli del padre e trattò Muhammad (saw) come un figlio. All’età di dodici anni accompagnò suo zio a Damasco; durante il viaggio la carovana fece sosta nei pressi di una località chiamata Basra.

In quel luogo sorgeva un convento molto antico e vi abitava un monaco cristiano chiamato Buhayra. Questi dedicava il suo tempo alla preghiera ed era in attesa dell’ultimo profeta di Allah che era stato annunciato da Isa (a.s.) e dai Profeti (a.s.) che l’avevano preceduto.

Buhayra vide avvicinarsi la carovana e osservò con attenzione i suoi componenti. Di solito non badava alle carovane che passavano vicino al convento, ma questa volta fu diverso. Invitò i cammellieri ad entrare nel convento. I suoi occhi cercavano il viso di un bambino e quando lo vide esclamò:
“Caro figliolo, avvicinati! Voglio guardarti meglio. Sì, sembra proprio lui”.
Osservò con attenzione il suo viso e gli chiese il nome, la risposta fu “Muhammad”. Per un po’ il monaco osservò in silenzio Muhammad (saw), poi con molto rispetto si sedette di fronte a lui, gli prese le mani e gli rivolse alcune domande. Parlò anche con Abu Talib e gli altri cammellieri e dalle risposte ottenute capì che finalmente aveva trovato colui che cercava ed era molto felice. Ad Abu Talib disse: “Questo bambino avrà un grande futuro ed occuperà un posto molto importante. Questo bambino è il profeta che era stato annunciato dai Profeti (a.s.) precedenti. Ho letto i suoi segni nelle Sacre Scritture. È l’ultimo profeta di Allah e presto riceverà l’investitura di profeta e la sua religione si diffonderà su tutta la terra. Proteggi questo bambino perché diventerà molto importante”. Dopo essersi riposati, la carovana ripartì. Buhayra pianse quando Muhammad (saw) se ne andò e lo seguì con lo sguardo finché gli fu possibile. Poi tornò nella sua stanza a meditare.

“Hira” è il nome di una bella montagna che si trova vicino alla Mecca, vicino alla sua sommità c’è una grotta. Prima di diventare profeta, Muhammad (saw) talvolta si ritirava nella grotta di Hira per meditare e riflettere. Da lassù contemplava il panorama e pregava il Creatore di questo grande mondo:
“Oh Signore, non hai creato questo grande mondo, il sole bellissimo e le stelle invano. Il Tuo creato ha uno scopo e un fine!”.
Era un’alba bellissima e Muhammad (saw) stava pregando nella grotta, all’improvviso l’angelo Jibrail con toni celestiali gli disse:

“Muhammad, ora tu sei il Profeta di Allah. Allah ti ordina di salvare l’umanità dal politeismo, dall’idolatria e dalla miseria e di invitarla alla libertà e all’adorazione del Dio unico e assoluto. Muhammad, ora tu sei il Profeta di Allah, invita la gente all’Islam”.
Dopo aver sentito il messaggio di Jibrail, tornò a casa dalla moglie Khadija che nel vedere il viso splendente di Muhammad (saw) fu molto felice. Le riferì il messaggio ricevuto dall’angelo preoccupandosi per le gravi e difficili responsabilità che lo attendevano. La nobile Khadija disse a suo marito:
“Lo sapevo che un giorno saresti diventato un profeta di Allah e aspettavo questo glorioso momento. Il profeta Isa (as) aveva annunciato la tua venuta. Certo, Allah ti ha affidato una grande responsabilità. Io rendo testimonianza che non vi è dio tranne Allah e tu sei il Suo profeta, io divento musulmana e ti darò il mio appoggio ed il mio aiuto in ogni circostanza”.